di Tiziana Mazzaglia
«Com’è andata oggi?». «Bene». «Cosa avete fatto a scuola?». «Niente». A volte il dialogo tra un adolescente e un adulto sembra consumarsi dentro queste poche parole, pronunciate magari in automobile, davanti a una cena che si raffredda o sulla soglia di una camera nella quale il ragazzo vorrebbe tornare il prima possibile. Il genitore domanda perché desidera sapere, il figlio risponde perché deve rispondere, eppure entrambi possono allontanarsi da quella conversazione con la medesima sensazione: non essersi realmente parlati. Qualcosa di simile accade a scuola, dove un professore può trascorrere molte ore ogni settimana con i propri studenti, conoscerne voti, assenze, capacità e difficoltà, senza necessariamente conoscere ciò che si muove dietro un improvviso silenzio, un rendimento che precipita, un’aggressività insolita o quella stanchezza che viene troppo facilmente confusa con disinteresse. È uno dei paradossi dell’adolescenza contemporanea: ragazzi immersi in un flusso pressoché continuo di comunicazioni possono sentirsi difficili da raggiungere proprio dalle persone che vivono loro accanto. E forse il problema non è che adulti e adolescenti abbiano smesso di parlare, ma che parlare e sentirsi ascoltati non siano affatto la stessa cosa. I numeri aiutano a comprendere quanto questa distanza meriti attenzione. L’ultima grande indagine internazionale HBSC dell’Organizzazione Mondiale della Sanità dedicata ai contesti sociali degli adolescenti ha coinvolto quasi 280 mila ragazzi di 11, 13 e 15 anni in 44 Paesi e regioni d’Europa, Asia centrale e Canada. Tra il 2018 e il 2022 la quota di adolescenti che riferisce un elevato sostegno familiare è scesa dal 73 al 67 per cento, mentre quella relativa al sostegno degli amici è passata dal 61 al 58 per cento; il deterioramento risulta particolarmente evidente tra le ragazze, per le quali l’elevato sostegno familiare è diminuito dal 72 al 64 per cento. Non significa che le famiglie abbiano improvvisamente smesso di occuparsi dei figli, ma racconta qualcosa di forse ancora più sottile: la percezione dei ragazzi di poter trovare negli adulti vicini un luogo nel quale sentirsi compresi e sostenuti si sta indebolendo. La difficoltà emerge anche quando viene posta una domanda apparentemente semplice: quanto è facile parlare con i propri genitori delle cose che preoccupano davvero? Anche qui compare una differenza significativa tra ragazzi e ragazze. Nei dati internazionali HBSC, l’81 per cento delle ragazze e l’86 per cento dei ragazzi considera facile parlare con la madre delle questioni che realmente li turbano, mentre nel rapporto con il padre le percentuali scendono rispettivamente al 62 e al 78 per cento. Dietro questi numeri non esiste una spiegazione unica, e sarebbe sbagliato cercarla, perché ogni famiglia possiede un proprio linguaggio affettivo e una propria storia; tuttavia, essi ricordano che la vicinanza fisica non garantisce automaticamente l’accessibilità emotiva e che si può vivere nella stessa casa, incontrarsi ogni giorno, condividere pasti e orari e, nonostante questo, non sapere come iniziare una conversazione quando ciò che deve essere raccontato fa paura, provoca vergogna o appare troppo difficile da tradurre in parole. A confermare quanto persino la modalità della comunicazione sia cambiata arriva un dato italiano molto recente. Il Bollettino 2025 del servizio 1.96.96 di Telefono Azzurro, che analizza i casi registrati tra gennaio 2025 e gennaio 2026, mostra che la chat è diventata il principale canale attraverso il quale bambini e ragazzi chiedono aiuto, con il 58,2 per cento dei casi, mentre il telefono rappresenta il 31,2 per cento e WhatsApp il 6,9 per cento. Telefono Azzurro sottolinea come, per molti giovani, scrivere costituisca una soglia d’accesso più sostenibile rispetto alla parola immediata, soprattutto quando devono esprimere esperienze delicate. È un dato che dovrebbe far riflettere gli adulti: forse alcuni ragazzi non hanno smesso di avere cose da dire, ma hanno bisogno di un tempo, di una distanza e perfino di un mezzo diverso per riuscire a dirle. Poi c’è la scuola, il secondo grande territorio nel quale l’adolescente trascorre una parte decisiva della propria giornata e nel quale l’ascolto assume una forma differente, perché il professore non è un genitore e non dovrebbe diventarlo, ma rimane uno degli adulti che più frequentemente osservano un ragazzo mentre cresce. È spesso l’insegnante ad accorgersi che qualcosa è cambiato prima ancora che quel cambiamento trovi un nome: lo studente puntuale comincia ad arrivare tardi, quello brillante smette di consegnare i lavori, chi partecipava si ritrae, chi era tranquillo reagisce con aggressività. Dietro questi comportamenti può esserci semplicemente una fase transitoria oppure qualcosa che merita attenzione, e la difficoltà consiste proprio nel distinguere senza invadere, nell’avvicinarsi senza interrogare, nel mostrare disponibilità senza pretendere immediatamente una confidenza. Anche su questo versante i dati dell’OMS meritano attenzione. Complessivamente il 52 per cento degli adolescenti coinvolti nell’indagine HBSC riferisce un elevato sostegno da parte degli insegnanti, ma la percentuale cambia drasticamente con l’età: è del 68 per cento tra gli undicenni e precipita al 42 per cento a quindici anni, proprio quando la complessità emotiva, relazionale e scolastica dell’adolescenza diventa più intensa. Parallelamente cresce la pressione percepita per il lavoro scolastico: tra i quindicenni il 63 per cento delle ragazze dichiara di sentirsi sotto pressione, contro il 43 per cento dei ragazzi; tra le quindicenni, inoltre, soltanto il 36 per cento riferisce un elevato sostegno da parte degli insegnanti, contro il 47 per cento dei coetanei maschi. È significativo che Irene García-Moya, tra le autrici del rapporto HBSC, richiami proprio la necessità di costruire nelle scuole spazi nei quali ogni studente possa sentirsi «seen, heard and supported», cioè visto, ascoltato e sostenuto. Tre parole che potrebbero sembrare quasi ovvie e che invece descrivono tre bisogni differenti: essere visti significa non diventare invisibili dentro una classe, essere ascoltati significa non ricevere una risposta prima ancora di avere terminato una frase, essere sostenuti significa incontrare un adulto che non risolva necessariamente il problema al nostro posto ma ci faccia percepire che quel problema può essere affrontato. È probabilmente qui che nasce uno degli equivoci più frequenti nel rapporto tra generazioni, perché gli adulti, soprattutto quando amano un ragazzo o ne avvertono la responsabilità educativa, sono naturalmente portati a cercare soluzioni. Un adolescente racconta un problema e il genitore propone immediatamente cosa dovrebbe fare; uno studente confida una difficoltà e l’insegnante può essere tentato di spiegargli perché sta sbagliando. L’intenzione è spesso buona, ma la risposta arriva prima che il racconto abbia avuto il tempo di esistere, trasformando inconsapevolmente l’ascolto in una correzione. Per un adulto il problema può apparire risolvibile, persino modesto; per un adolescente può occupare in quel momento l’intero orizzonte della propria esperienza. Ascoltare un ragazzo non significa, naturalmente, approvare ogni comportamento, rinunciare alle regole o trasformare genitori e professori in spettatori silenziosi. L’adolescenza ha bisogno di limiti quanto di libertà e l’autorevolezza adulta conserva un valore essenziale proprio perché offre un confine contro il quale misurarsi; tuttavia, una regola spiegata dentro una relazione nella quale il ragazzo si sente riconosciuto possiede un significato diverso da una regola percepita esclusivamente come esercizio di potere. L’ascolto non cancella il «no», ma può rendere comprensibile il motivo per cui quel «no» esiste. Esiste poi un altro elemento che complica profondamente il dialogo contemporaneo: una parte considerevole della vita degli adolescenti si svolge in territori che gli adulti vedono soltanto in parte. Relazioni, esclusioni, innamoramenti, umiliazioni, confronti sociali e conflitti possono nascere e svilupparsi dentro uno smartphone, continuare durante la notte e arrivare la mattina successiva tra i banchi senza che né la famiglia né il professore conoscano ciò che è accaduto. Secondo i dati HBSC dell’OMS, l’11 per cento degli adolescenti presenta un uso problematico dei social media, percentuale cresciuta rispetto al 7 per cento rilevato nel 2018, mentre il 36 per cento riferisce un contatto online pressoché continuo con gli amici. Non è la prova che la tecnologia sia responsabile della difficoltà di comunicazione tra generazioni, ma mostra quanto il paesaggio relazionale dell’adolescenza sia diventato più vasto e meno immediatamente visibile agli adulti. Forse, allora, la domanda da porre non è perché i ragazzi non parlino più, perché in realtà parlano moltissimo, ma con chi scelgano di farlo quando qualcosa conta davvero. E la risposta non può essere conquistata attraverso interrogatori più insistenti, controlli continui o formule come «con me puoi parlare di tutto», perché la fiducia non nasce da una dichiarazione: si costruisce lentamente nella memoria di tutte le volte in cui un ragazzo ha provato a raccontare qualcosa ed è stato ascoltato senza essere immediatamente giudicato, ridicolizzato, interrotto o trasformato nel destinatario di una lezione. Genitori e professori occupano luoghi differenti nella vita di un adolescente e sarebbe sbagliato confonderne i ruoli, ma condividono una responsabilità fondamentale: rappresentano il mondo adulto mentre un ragazzo sta imparando a entrarvi. Non possono sottrargli ogni errore, evitargli ogni sofferenza o conoscere tutto ciò che gli accade, e probabilmente non dovrebbero neppure tentare di farlo; possono però costruire quella disponibilità discreta che permette a un adolescente di sapere dove tornare quando qualcosa diventa troppo pesante per essere affrontato da solo. In fondo, forse, la vera difficoltà non consiste nel trovare le parole giuste per far parlare gli adolescenti, ma nell’accettare che l’ascolto autentico richieda agli adulti qualcosa di molto più impegnativo del parlare: rinunciare per qualche minuto alla necessità di avere subito una risposta, lasciare spazio al silenzio e fare in modo che un ragazzo, quando finalmente decide di raccontarsi, non debba pentirsi di averlo fatto.
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