di Tiziana Mazzaglia
La scuola italiana è diventata digitale molto più velocemente di quanto siano diventate moderne le condizioni di lavoro di chi la fa funzionare. Il registro è elettronico, i materiali viaggiano sulle piattaforme, le comunicazioni arrivano online, le lezioni si arricchiscono di presentazioni, documenti, video, esercizi interattivi e contenuti preparati direttamente dai professori. Il vecchio libro di testo, in alcune classi, non è più necessariamente il centro della didattica e può essere affiancato o sostituito da materiali alternativi. Tutto più moderno, tutto più flessibile, tutto apparentemente più semplice. Solo che il digitale non prepara da solo una lezione. Dietro ogni file che compare sullo schermo di uno studente c’è qualcuno che lo ha cercato, selezionato, controllato, adattato, scritto, impaginato e caricato. E quando il libro non costituisce più il riferimento principale, quella mole di lavoro può crescere ulteriormente. Il risparmio per una famiglia che non deve necessariamente acquistare un manuale non coincide automaticamente con un risparmio di lavoro per il docente: può accadere esattamente il contrario, perché il materiale che prima era raccolto in un volume adesso deve essere costruito, organizzato e aggiornato. Per farlo serve naturalmente un computer. Non uno qualsiasi, possibilmente, ma un dispositivo sufficientemente aggiornato da reggere piattaforme, programmi, videoconferenze, archivi digitali e decine di documenti aperti contemporaneamente. Poi servono connessione, software, manutenzione, sistemi di protezione e aggiornamenti. Una parte di questa infrastruttura tecnologica entra nella scuola attraverso investimenti pubblici; un’altra, però, continua molto concretamente a stare sulla scrivania di casa del professore e ad avere sopra il suo nome sullo scontrino. Per anni la contraddizione è stata particolarmente evidente per molti docenti precari, rimasti esclusi dalla Carta del docente originariamente destinata agli insegnanti di ruolo, situazione che ha generato contenziosi e successive estensioni. Ma mentre norme e tribunali discutevano, le lezioni dovevano essere preparate. Il computer non chiedeva al proprietario se fosse di ruolo prima di rompersi, il software non prevedeva una tariffa “supplente” e l’antivirus non accettava come pagamento la promessa di una futura stabilizzazione. Ed è proprio qui che il computer comincia a incontrare la schiscetta. Perché la digitalizzazione non ha trasformato soltanto gli strumenti del lavoro scolastico: ha contribuito a rendere sempre più sottile il confine tra il tempo trascorso davanti alla classe e tutto quello necessario per far funzionare ciò che avviene dentro quella classe. Preparazione dei materiali, registro elettronico, comunicazioni, piattaforme, formazione, riunioni, collegi, consigli di classe, incontri con le famiglie, progetti, recuperi e attività pomeridiane compongono una giornata che non sempre finisce con l’ultima campanella della mattina. E quando il lavoro supera l’ora di pranzo, improvvisamente il grande dibattito sulla scuola digitale assume una forma molto meno tecnologica: cosa mangio? La risposta, per moltissimi lavoratori della scuola, entra ogni mattina nella stessa borsa del computer. Da una parte il portatile necessario alla scuola del XXI secolo, dall’altra il contenitore preparato a casa. Caricabatterie e forchetta. Password e tovagliolo. Registro elettronico e panino. È forse questa l’immagine più efficace della modernizzazione incompleta della scuola italiana: un’organizzazione che ha digitalizzato una parte enorme del lavoro, ha moltiplicato strumenti e attività e ha esteso molte incombenze oltre la lezione tradizionale, ma nella quale il buono pasto non costituisce ancora un beneficio generalizzato per docenti e personale ATA. Per gli ATA il paradosso è ancora più immediato. Assistenti amministrativi, tecnici e collaboratori scolastici partecipano ogni giorno al funzionamento di una macchina che è diventata sempre più informatizzata, complessa e continua, e quando l’organizzazione del servizio comporta una permanenza che attraversa l’ora di pranzo la soluzione rimane spesso quella più antica del mondo: portarselo da casa. Fuori dalla scuola, intanto, esistono settori pubblici e privati nei quali il buono pasto è entrato da tempo nell’ordinaria organizzazione del lavoro. Ci sono dipendenti che arrivano a dicembre e controllano quanti ticket siano rimasti sulla tessera elettronica, magari scoprendo di avere ancora una piccola riserva utilizzabile negli esercizi convenzionati e anche per la spesa alimentare. Può così accadere che i buoni avanzati contribuiscano ad alleggerire il conto del supermercato proprio nel periodo delle feste, tra panettoni, prodotti per la tavola e qualche bottiglia, mentre nella scuola il dipendente continua a fare i conti con un benefit molto più rudimentale: ricordarsi di mettere il pranzo nella borsa prima di uscire. Non è una critica a chi riceve i buoni pasto e li utilizza, né avrebbe senso trasformare il confronto in una guerra tra lavoratori. Il punto è un altro: se in molti contesti il pasto viene riconosciuto come una componente collegata a determinate modalità di organizzazione della giornata lavorativa, perché nella scuola continua a essere considerato quasi esclusivamente una faccenda privata? La domanda diventa ancora più interessante quando la si mette accanto alle parole con cui raccontiamo l’istruzione contemporanea. Innovazione, digitalizzazione, intelligenza artificiale, competenze, piattaforme, inclusione, personalizzazione. Sono parole importanti e descrivono trasformazioni reali. Ma una trasformazione del lavoro dovrebbe forse essere osservata anche dal punto di vista di chi quel lavoro lo svolge, perché non si può chiedere a una professione di entrare completamente nel XXI secolo lasciando alcune delle sue condizioni materiali ferme molti anni indietro. Alla fine, quindi, computer e pranzo non sono affatto due argomenti lontani. Stanno nella stessa borsa perché raccontano la stessa contraddizione. Il primo rappresenta tutto ciò che la scuola moderna chiede al lavoratore di saper fare, aggiornare e spesso procurarsi; il secondo rappresenta ciò che, nonostante giornate sempre più articolate, continua a essere considerato affare suo. La fotografia della scuola digitale italiana potrebbe allora essere molto semplice. Un professore chiude il computer dopo una mattinata di lezioni, apre la piattaforma per controllare il materiale del pomeriggio, guarda l’ora e tira fuori dalla borsa il contenitore preparato la sera precedente. Ha con sé tutto quello che serve per affrontare la scuola del futuro: password, caricabatterie e forchetta.
L’immagine allegata è stata creata con l’Intelligenza Artificiale.
