di Tiziana Mazzaglia
C’è un momento, durante un viaggio, in cui smettiamo semplicemente di essere turisti. Può accadere davanti a una tavola apparecchiata con cibi che non conosciamo, mentre cerchiamo di capire una lingua che non parliamo, entrando in un luogo di culto diverso dal nostro o osservando gesti quotidiani che altrove sembrano naturali e a noi, invece, appaiono insoliti. È forse proprio in quel momento che il viaggio comincia davvero: quando qualcosa mette in discussione ciò che consideravamo normale. Il 27 settembre si celebra la Giornata Mondiale del Turismo, istituita dall’Organizzazione Mondiale del Turismo e celebrata dal 1980 per ricordare il valore sociale, culturale ed economico del turismo. Ma se per una volta lasciassimo da parte classifiche delle città più visitate, spiagge da sogno e destinazioni da fotografare e ci facessimo una domanda diversa? Viaggiare ci rende davvero persone più aperte? La risposta della ricerca è interessante, ma meno scontata di quanto si potrebbe pensare. Viaggiare significa innanzitutto esporsi alla differenza. Cambiano la lingua, gli orari, il cibo, le regole sociali, il modo di salutarsi, di stare a tavola, di vivere gli spazi pubblici. All’improvviso siamo noi a non conoscere perfettamente le regole. E questa piccola perdita di sicurezza può diventare un esercizio mentale importante: ci costringe a osservare, interpretare e adattarci. Uno studio pubblicato nel 2025 sull’International Journal of Intercultural Relations ha seguito 549 studenti impegnati in un’esperienza di mobilità internazionale per nove mesi: dopo il periodo trascorso all’estero sono aumentate significativamente nove delle undici dimensioni considerate della cosiddetta “intelligenza culturale”, cioè la capacità di comprendere e affrontare efficacemente contesti culturalmente differenti. Anche studi precedenti avevano osservato cambiamenti interessanti. Una ricerca condotta su studenti universitari tedeschi, confrontando chi aveva trascorso un periodo di studio all’estero con chi era rimasto nel proprio Paese, ha rilevato nel gruppo partito per l’estero incrementi nell’estroversione e nell’amicalità e una diminuzione del nevroticismo. Gli stessi ricercatori, però, hanno evidenziato anche un punto fondamentale: chi decide di partire presenta spesso già in partenza caratteristiche differenti, come una maggiore apertura all’esperienza. È una distinzione importante, perché impedisce di trasformare il viaggio in una formula magica. Non basta acquistare un biglietto aereo per diventare automaticamente più tolleranti. Una ricerca del 2023, che ha analizzato per dodici mesi gli spostamenti internazionali di 349 adulti attraverso dati di telefonia mobile, ha trovato infatti un’associazione tra maggiore mobilità internazionale e alcuni tratti della personalità, tra cui apertura a nuovi valori ed esperienze, ricerca della novità ed estroversione. In altre parole, il rapporto potrebbe funzionare in entrambe le direzioni: viaggiare può cambiarci, ma sono spesso le persone già curiose e aperte a scegliere di viaggiare di più. Eppure l’incontro autentico sembra fare la differenza. Una ricerca su 120 turisti cechi che hanno partecipato a un’esperienza culturale guidata di due settimane in Francia ha riscontrato un miglioramento statisticamente significativo proprio nella dimensione della flessibilità e dell’apertura interculturale. Non conta quindi soltanto quanto lontano andiamo, ma come viaggiamo. Possiamo attraversare mezzo mondo restando chiusi nella nostra bolla, frequentando soltanto persone simili a noi, mangiando ciò che già conosciamo e osservando una città attraverso lo schermo dello smartphone. Oppure possiamo percorrere pochi chilometri e incontrare davvero un’altra comunità, ascoltarne le storie, scoprirne le abitudini e accorgerci che ciò che avevamo sempre considerato “normale” era semplicemente il nostro modo di vivere. Nel 2024 sono stati registrati nel mondo circa 1,4 miliardi di arrivi turistici internazionali, l’11 per cento in più rispetto al 2023: una quantità impressionante di persone che hanno attraversato almeno un confine nazionale per trascorrere una notte in un altro Paese. Dietro quella cifra non ci sono soltanto voli, alberghi e fatturati. Ci sono potenzialmente miliardi di incontri. Le Nazioni Unite ricordano che il turismo permette alle persone di conoscere le ricchezze culturali e naturali del pianeta e può avvicinare gli esseri umani, facendo emergere ciò che abbiamo in comune. António Guterres, in occasione della Giornata Mondiale del Turismo del 2024, ha sintetizzato questo concetto invitando ogni viaggiatore a comportarsi come un “ambasciatore”, capace di entrare in relazione rispettosamente con le popolazioni locali e di riconoscere insieme la diversità e l’umanità condivisa. Naturalmente il turismo possiede anche un’altra faccia. Viaggiare non significa necessariamente comprendere. Il turismo di massa può consumare territori, trasformare quartieri, aumentare la pressione ambientale e perfino ridurre una cultura a qualcosa da fotografare velocemente prima di ripartire. Le stesse Nazioni Unite sottolineano che il turismo può danneggiare proprio i luoghi e le comunità che celebra, se non viene gestito in modo sostenibile. Forse allora la domanda giusta non è semplicemente se viaggiare ci renda più aperti, ma quale tipo di viaggio possa farlo. Quello in cui cerchiamo conferme di ciò che già sappiamo probabilmente cambia poco. Quello che ci obbliga ad ascoltare, invece, può lasciare una traccia. Perché incontrare un’altra cultura significa inevitabilmente confrontarla con la propria. Scopriamo che esistono altri modi di educare i figli, mangiare, lavorare, pregare, festeggiare, amare, invecchiare, stare insieme. Non necessariamente migliori o peggiori: semplicemente diversi. Ed è forse questa una delle lezioni più profonde del viaggio. Partiamo convinti di andare a conoscere il mondo e qualche volta torniamo avendo conosciuto un po’ meglio noi stessi. La valigia viene disfatta, le fotografie finiscono nella memoria del telefono e il viaggio sembra concluso. Ma qualcosa può restare: una parola imparata in un’altra lingua, un sapore, un volto, una conversazione con uno sconosciuto e soprattutto una domanda che prima non ci ponevamo. Se accade questo, allora il turismo smette di essere soltanto movimento nello spazio. Diventa movimento del pensiero. E forse il viaggio più importante comincia proprio quando siamo già tornati a casa.
L’immagine allegata è stata creata con l’Intelligenza Artificiale.
