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Valigie che non sanno dire ‘addio’

Giornata Internazionale dei Migranti

di Tiziana Mazzaglia

di Tiziana Mazzalia

Ogni valigia contiene più di vestiti: contiene una grammatica di speranze e paure. La storia dell’umanità è una storia di migrazioni: popoli che si spostano per cercare acqua, cibo, terre più fertili, pace. Anche l’Italia ha conosciuto partenze di massa: tra fine Ottocento e inizio Novecento, milioni di italiani hanno attraversato l’oceano verso le Americhe, con foto di famiglia in tasca e indirizzi scritti a mano. Oggi altre valigie, altri zaini, percorrono rotte diverse: deserti, confini armati, mare aperto. Le immagini dei barconi nel Mediterraneo, dei campi profughi, dei centri di accoglienza ci hanno abituato a una parola che rischia di diventare astratta: “migranti”. Ma dietro c’è ogni volta un nome, una madre, un villaggio, una stanza lasciata in fretta. Il cinema ha provato a restituire questa umanità. Film come “Terraferma” o “Lamerica” raccontano non solo l’arrivo, ma lo sguardo di chi aspetta, di chi teme di “perdere” la propria identità. La letteratura, dai romanzi degli emigrati italiani alle testimonianze di chi oggi arriva in Europa, è fatta di lettere, diari, telefonate interrotte. La sociologia delle migrazioni parla di “push” e “pull factors”: ciò che spinge a partire (guerre, povertà, cambiamento climatico, persecuzioni) e ciò che attira (lavoro, sicurezza, futuro per i figli). Ridurre tutto a “invasione” significa cancellare la complessità di questi movimenti. Dal punto di vista psicologico, migrare è una frattura identitaria: si perde lingua, status, reti sociali. Ci si ritrova spesso a fare lavori molto sotto le proprie competenze, a essere visti come “ospiti” perenni. Ma ci sono anche resilienze incredibili: nuove comunità, bambini che parlano due o tre lingue, famiglie che riescono a ricostruirsi una vita. La Giornata dei Migranti non chiede buonismo ingenuo, ma sguardo lucido e cuore aperto. Politiche serie di accoglienza, integrazione, sicurezza per tutti; una narrazione che non si fermi ai numeri ma racconti storie; una memoria che ricordi ai paesi di emigrazione – come il nostro – che un tempo eravamo dall’altra parte del mare. Ogni volta che vediamo una valigia trascinata in una stazione, potremmo chiederci non solo “da dove viene?”, ma anche “che cosa porta dentro, oltre agli oggetti?”. Forse scopriremmo che il desiderio di una vita migliore è, in fondo, lo stesso che abbiamo anche noi.

L’immagine allegata è stata creata con l’Intelligenza Artificiale.

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