di Tiziana Mazzaglia
Il colpo di fulmine è una delle immagini più persistenti e affascinanti dell’immaginario amoroso occidentale. L’espressione stessa contiene una contraddizione potente: da un lato richiama la luce improvvisa, la rivelazione, l’illuminazione; dall’altro suggerisce la violenza di un evento che arriva senza preavviso, che colpisce e altera lo stato delle cose. Da secoli la letteratura, il cinema, la filosofia e, più recentemente, la psicologia cercano di nominare questa esperienza che sembra sottrarsi a ogni gradualità. Ci sono incontri che non sembrano semplici incontri, ma soglie: uno sguardo, una voce, una presenza e, in un istante, il mondo appare diverso. La letteratura ha intuito molto presto questa dinamica. In Dante, l’apparizione di Beatrice nella Vita Nova non è soltanto un momento biografico, ma una vera epifania: la donna amata non viene semplicemente incontrata, ma si manifesta come evento capace di trasformare interiormente chi guarda. Nel dolce stil novo l’amore entra dagli occhi e si insedia nell’anima; lo sguardo non è un dettaglio narrativo, ma il varco attraverso cui il desiderio diventa destino. Anche Petrarca, nel fissare l’incontro con Laura come una data assoluta della memoria, mostra come il colpo di fulmine sia meno una conoscenza dell’altro che una ferita luminosa del tempo, un attimo che continua a vivere nella scrittura ben oltre il suo accadere. La modernità renderà tutto questo più ambiguo: il romanzo ci insegna che il primo sguardo può essere rivelazione ma anche proiezione, intuizione ma anche abbaglio, e tuttavia proprio in questa ambivalenza si trova la sua forza, perché il colpo di fulmine è spesso il punto in cui il desiderio riconosce qualcosa prima che la ragione possa ancora nominarlo. Se la letteratura lo racconta, il cinema lo rende visibile con una precisione quasi rituale. Pochi momenti sono più cinematografici del colpo di fulmine, perché il cinema sa fare ciò che l’innamoramento percepisce: isolare un volto, rallentare il tempo, sospendere il rumore del mondo, far entrare la musica come se fosse una rivelazione emotiva. Nei grandi film romantici, ma anche in quelli più disincantati, il primo incontro è costruito come un punto di torsione narrativa: la macchina da presa insiste sugli occhi, sul dettaglio, sul silenzio improvviso, e ciò che viene mostrato non è soltanto l’altro, ma il mondo soggettivo di chi viene colpito. Il colpo di fulmine, in questo senso, è anche un dispositivo estetico: il cinema non si limita a rappresentarlo, ci ha insegnato a riconoscerlo, al punto che spesso nella vita reale non viviamo soltanto un incontro, ma lo interpretiamo attraverso immagini già viste, come se l’esperienza stessa fosse stata anticipata da una grammatica sentimentale collettiva. Eppure, per quanto profondamente culturale, il colpo di fulmine non è soltanto una costruzione narrativa. La psicologia contemporanea ha provato a studiarlo e a distinguere ciò che in esso appartiene al mito e ciò che appartiene ai processi reali dell’attrazione. Uno degli studi più citati è quello di F. Zsok e colleghi, pubblicato nel 2017 su Personal Relationships, significativamente intitolato What kind of love is love at first sight?, che mostra come ciò che le persone definiscono “amore a prima vista” corrisponda spesso non a un amore già compiuto, ma a una fortissima attrazione immediata, accompagnata da idealizzazione e da una rilettura retrospettiva dell’incontro. In altre parole, quando una relazione funziona, siamo portati a credere che tutto fosse già presente fin dal primo istante, come se il futuro, una volta realizzato, riscrivesse il passato. Questo non significa che il colpo di fulmine sia falso; significa piuttosto che esso è spesso un’intensissima percezione iniziale, una promessa, una potenzialità emotiva che solo il tempo potrà confermare o smentire. Le neuroscienze, da parte loro, hanno mostrato che nelle persone intensamente innamorate si attivano aree cerebrali legate alla ricompensa e alla motivazione, in particolare i circuiti dopaminergici studiati da Helen Fisher e colleghi, tra cui la ventral tegmental area e il caudato. La dopamina, più che “ormone dell’amore” nel senso popolare e impreciso del termine, è uno dei mediatori del desiderio, dell’anticipazione, della spinta verso ciò che viene percepito come altamente significativo. Per questo il colpo di fulmine ha quella qualità quasi elettrica e totalizzante: non è ancora amore maturo, ma è certamente un’esperienza di altissima salienza affettiva, in cui il cervello attribuisce a una persona un rilievo eccezionale in tempi rapidissimi, sulla base di segnali che includono volto, voce, postura, odore, familiarità, novità e risonanze inconsce. In questo senso, la scienza non distrugge il mistero: lo rende più preciso. Ci dice che l’immediatezza esiste, che l’attrazione può davvero “scattare”, ma anche che ciò che chiamiamo amore richiede qualcosa di più della scarica iniziale. Ed è qui che la filosofia diventa essenziale, perché da secoli riflette su ciò che accade quando l’altro ci appare come irriducibilmente significativo. Platone, nel Simposio, lega l’eros all’esperienza della bellezza come forza che mette in movimento l’anima: la bellezza colpisce prima del concetto, prima della spiegazione, prima ancora che l’altro sia davvero conosciuto. In questa prospettiva, il colpo di fulmine è il momento in cui la presenza dell’altro ci raggiunge come evidenza sensibile e insieme come promessa di trascendenza, come se il visibile aprisse improvvisamente a qualcosa che lo supera. La tradizione filosofica successiva, e in particolare la riflessione contemporanea sull’amore, ha però sottolineato che amare non significa soltanto essere attratti da qualità o proprietà, ma entrare in una relazione in cui si costituisce un “noi”, come ricorda anche la Stanford Encyclopedia of Philosophy nella sua voce dedicata all’amore. Il colpo di fulmine può dunque essere l’innesco, ma non basta ancora a fondare la pienezza dell’esperienza amorosa, perché in esso domina l’eros, cioè la fascinazione, il desiderio, la spinta verso ciò che appare prezioso e desiderabile; perché si trasformi in amore durevole, deve attraversare il tempo del riconoscimento, della reciprocità, della cura. Da questo punto di vista è utile anche la fenomenologia, che non chiede innanzitutto perché qualcosa accada, ma come venga vissuto. E il colpo di fulmine, fenomenologicamente, è proprio questo: il momento in cui il mondo cambia intensità, in cui il tempo sembra restringersi, in cui una figura emerge con assoluta evidenza sullo sfondo di tutto il resto. Non è ancora verità sull’altro, ma è una verità dell’esperienza: qualcosa è accaduto, e il soggetto che lo vive sa di non essere più esattamente lo stesso di un attimo prima. Forse è proprio qui che il colpo di fulmine continua a resistere, nonostante il disincanto contemporaneo. Non perché garantisca l’amore, e neppure perché sia sempre un inganno, ma perché occupa una zona liminale tra biologia e immaginazione, tra cultura e corpo, tra narrazione e neurochimica. La letteratura gli ha dato il linguaggio dell’epifania, il cinema quello dell’immagine e del destino, la psicologia quello dell’attrazione e dell’idealizzazione, la filosofia quello dell’eros e dell’apparizione. Nessuna di queste prospettive, da sola, basta a esaurirlo. Il colpo di fulmine non è né pura illusione né verità assoluta: è una soglia. È l’istante in cui il desiderio si presenta a noi con la forma della necessità, l’attimo in cui l’altro, prima ancora di essere compreso, viene percepito come decisivo. E forse il suo fascino inesauribile sta proprio in questo: nel fatto che, anche quando la scienza lo spiega, continua ad apparirci come un piccolo mistero.
L’immagine allegata è stata creata con l’Intelligenza Artificiale.
