di Tiziana Mazzaglia
Ci sono giornate che sembrano astratte finché il mondo non si incrina abbastanza da renderle improvvisamente concrete, e quella del 24 aprile, dedicata al multilateralismo e alla diplomazia per la pace, è una di queste. Istituita dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, questa ricorrenza ricorda qualcosa che troppo spesso dimentichiamo: la pace non è solo assenza di guerra, è un lavoro di linguaggio, negoziazione, compromesso, pazienza, ascolto, architettura istituzionale. In tempi in cui tutto viene ridotto allo scontro immediato, la diplomazia appare spesso lenta, fragile, quasi antiquata; eppure è proprio la sua lentezza a salvarci dal precipizio. L’ONU nasce su un principio profondamente multilaterale, quello di essere un centro per armonizzare le azioni delle nazioni, e nel tempo il suo spazio si è allargato enormemente: dai 51 Stati membri originari si è arrivati a 193 Stati membri, segno che il dialogo internazionale, per quanto imperfetto, resta una necessità storica. Fonti accademiche e istituzionali ricordano che oggi attorno al sistema multilaterale orbitano anche circa un migliaio di organizzazioni osservatrici tra ONG e organismi internazionali, a dimostrazione del fatto che la diplomazia contemporanea non è più soltanto affare di governi, ma di società civili, reti, corpi intermedi, saperi condivisi. E se vogliamo capire quanto questa idea sia narrativa prima ancora che politica, basta guardare al cinema: “Thirteen Days” mostra il brivido della crisi missilistica cubana, quando il mondo sfiorò l’abisso e la diplomazia evitò il peggio; “Bridge of Spies” racconta la trattativa come forma di umanità sotto pressione; “The Post” ricorda che anche l’informazione è parte della salute democratica che rende possibile il dialogo tra Stati. Celebrare il multilateralismo non significa illudersi che le istituzioni internazionali siano perfette, ma riconoscere che senza luoghi di confronto la storia torna sempre a parlare il linguaggio brutale della forza. E in un secolo segnato da guerre, crisi climatiche, pandemie e migrazioni, la diplomazia non è un lusso per tempi sereni: è l’unico modo adulto di restare umani in mezzo al conflitto.
L’immagine allegata è stata creata con l’Intelligenza Artificiale.
