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Dalle doglie del parto alle doglie del lutto

di Tiziana Mazzaglia

di Tiziana Mazzaglia

Maria entra in casa e per un attimo non riconosce la geometria delle cose: non perché i mobili siano stati spostati, ma perché manca la presenza che dava senso alle stanze e alle ore. Una tazza sul tavolo, una giacca appesa, una foto nel telefono, persino una parola detta per abitudine diventano indizi di un’assenza che non si lascia addomesticare. Quando muore un figlio il tempo si rovescia e la sequenza naturale della vita si spezza, perché un figlio dovrebbe vivere più dei genitori e invece accade l’impossibile, accade ciò che nessuno vorrebbe nominare. E davanti a questo dramma, spesso, manca perfino la lingua: esistono orfani e vedovi, ma non una parola comune che contenga la condizione di una madre rimasta senza il proprio figlio, come se la società stessa arretrasse davanti a un dolore che non sa ospitare. Manzoni, nel capitolo XXXIV dei Promessi sposi, dà voce a una giovane madre che consegna ai monatti la figlia morta di peste e sussurra: «addio, Cecilia! riposa in pace! Stasera verremo anche noi, per restar sempre insieme. Prega intanto per noi; ch’io pregherò per te e per gli altri.» Maria non perde soltanto una persona amata, perde un futuro già abitato con la fantasia, i compleanni che sarebbero arrivati, le telefonate, i progetti, i gesti quotidiani che sembrano piccoli finché non spariscono, e insieme a tutto questo perde anche una parte della propria identità, perché la maternità non è un ruolo che si indossa e si toglie, è una trama profonda, è un modo di stare al mondo, e quando quel mondo si frantuma la madre resta in piedi ma come se le mancasse il pavimento sotto ai piedi. È per questo che molte donne dicono, senza retorica, che chi ha attraversato le doglie del parto può ritrovarsi a attraversare anche quelle del lutto: il dolore non resta nella mente, scende nel corpo, stringe la gola, altera il sonno, cambia l’appetito, accende una stanchezza che non è solo fisica, rende estranei i rumori di sempre, e a volte confonde persino la memoria, perché la mente cerca disperatamente un ordine dove ordine non c’è. In questo tentativo nasce spesso il senso di colpa, una delle stanze più buie di questo lutto, perché la madre ripercorre ogni dettaglio e si domanda cosa avrebbe potuto fare, cosa non ha visto, cosa non ha capito, come se punirsi potesse cambiare l’esito. Ma il senso di colpa, molte volte, è un modo disperato per illudersi di avere ancora controllo: se fosse colpa mia, allora avrei potuto impedirlo; se avessi potuto impedirlo, allora il mondo non sarebbe così fragile; se il mondo non fosse così fragile, allora non potrei perderti. E invece il mondo è fragile, e il lutto di un figlio lo rivela in modo brutale. Chi osserva da fuori si chiede come facciano le madri a trovare la forza, ma la forza qui non è un’insegna luminosa, è un gesto minimo, è un respiro che torna dopo ore di apnea, è la decisione di alzarsi quando il corpo pesa come pietra, è la capacità di dire oggi non ce la faccio senza sentirsi sbagliate. Informarsi aiuta a non sentirsi sole e a non sentirsi “pazze”: questo lutto non è lineare, procede a ondate, e può riaccendersi con una canzone, un profumo, una data sul calendario, una festa che per gli altri è gioia e per Maria è un muro. Sapere che è normale riduce la paura, perché non è una regressione, è la memoria che si accende. E in mezzo a queste onde, molte madri scoprono una verità controintuitiva: non sempre si guarisce dimenticando, spesso si sopravvive trasformando il legame. Conservare il legame non significa restare imprigionate nel passato, significa dare un posto alla persona amata nella propria storia: scrivere una lettera quando manca l’aria, custodire oggetti e fotografie, accendere una candela nelle ricorrenze, pronunciare il nome senza vergogna, fare un gesto di solidarietà che non “ripara” ma rende meno inutile il dolore. Anche le parole degli altri contano, e molto: chi sta vicino spesso tace per paura di sbagliare, oppure pronuncia frasi che feriscono senza volerlo, come devi essere forte, il tempo cura tutto, succede per un motivo. A Maria non serve un copione, serve presenza: non so cosa dire ma ci sono, vuoi parlarmi di lui o di lei, dimmi come posso aiutarti oggi concretamente. Perché il rischio più grande non è il pianto, è l’isolamento, il sentirsi un problema da gestire in fretta, il dover rassicurare gli altri mentre si sta crollando. In alcuni casi, quando il dolore diventa totalizzante e blocca la vita per mesi, chiedere un aiuto professionale non è un lusso ma una forma di cura: un percorso psicologico o un gruppo di sostegno può offrire strumenti per reggere l’urto, attraversare la colpa, ritrovare un ritmo minimo, riconoscere i segnali di un esaurimento profondo e tornare lentamente a sentirsi al sicuro nel proprio corpo. E poi c’è un diritto spesso negato: il diritto di non essere “esemplari”. La società ama le storie di rinascita, ma tollera poco la disperazione che dura; si pretende che una madre diventi un simbolo, coraggiosa, instancabile, sempre composta. Ma il lutto non è una gara e la dignità non coincide con il controllo. Maria può essere fragile, può arrabbiarsi, può smarrirsi, e può anche sorridere all’improvviso senza sentirsi in colpa, perché ridere non significa tradire, significa essere ancora viva. La forza delle madri, quando arriva, non cancella il buio e non chiude la ferita, somiglia piuttosto a una luce piccola che permette di camminare: la capacità di amare ancora, in una forma nuova, portando l’assenza come si porta qualcosa di prezioso e doloroso insieme. E forse la frase più vera, quella che salva nei giorni peggiori, non promette guarigioni rapide: non ti chiedo di stare bene, ti chiedo di non stare sola.

L’immagine allegata è stata creata con l’Intelligenza Artificiale.

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