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Incanti narrativi dell’amore

di Tiziana Mazzaglia

di Tiziana Mazzaglia

L’ossitocina, talvolta, giunge senza clamore: non la percepisci come un lampo, ma come un ammorbidimento sottile, quasi un assestarsi dell’anima nei suoi alloggiamenti più quieti. È quel momento in cui stai leggendo una storia d’amore e, senza accorgertene, il respiro si ricompone, le spalle cedono di un impercettibile grado, lo sguardo si vela non di mestizia, bensì di apertura, come se qualcosa, in te, sussurrasse: finalmente. La chiamano con disinvoltura “ormone dell’amore”, eppure l’ossitocina è, più esattamente, una molecola della connessione: un messaggero che il cervello convoca quando intravede prossimità, affidamento, cura, quando avverte la possibilità di un “noi”, anche se, in quell’istante, quel “noi” abita soltanto tra la tua coscienza e una pagina. Leggere, infatti, non è un gesto asettico, né un semplice decifrare segni allineati: è una forma di simulazione emotiva, una prova generale della vita interiore; mentre segui due personaggi che si cercano, esitano, si proteggono, si riconoscono, la mente attiva i suoi dispositivi di empatia e rispecchiamento, tratta gli sguardi, i silenzi, le rinunce e le promesse come se fossero accadimenti presenti, e il corpo – sempre più sapiente di quanto amiamo ammettere – risponde come risponde alle relazioni: con una vibrazione della pelle, con un’accelerazione o una pacificazione del battito, con una chimica che tenta di renderti meno isolata e più in accordo con il mondo. Le storie d’amore, soprattutto quelle in cui la vulnerabilità diventa linguaggio e la tenerezza si fa scelta, possono favorire questa risposta: l’ossitocina non è una bacchetta incantata, ma è una delle ragioni per cui un abbraccio raccontato può scaldare il petto, una frase sussurrata può attenuare l’inquietudine, un perdono può sciogliere un nodo antico che non sapevi di custodire. C’è, in tutto questo, una verità psicologica di rara finezza: la pagina è un luogo di contenzione, un perimetro sicuro entro cui l’emozione può dispiegarsi senza l’urgenza della prova immediata; possiamo esplorare desideri e timori senza doverci esporre, possiamo avvicinarci e arretrare restando intere, e proprio questa congiunzione – intensità e sicurezza – rende più accessibile la via della connessione. Non accade sempre, e non accade a tutti allo stesso modo: intervengono la nostra sensibilità, la stagione della vita in cui ci troviamo, la trama delle esperienze affettive che ci hanno formati; talvolta la stessa storia che ieri confortava oggi punge, perché l’ossitocina, oltre a essere tenerezza, è anche ricettività, è un amplificatore del legame e, quando il legame manca, può rendere più percepibile l’eco del vuoto. Eppure resta un fatto gentile: scegliere una storia d’amore può diventare un gesto di cura verso il proprio cervello, una piccola ginnastica della tenerezza, un modo per ricordare al corpo che la connessione esiste, che la fiducia si può immaginare, e che immaginare, quando è fatto bene, quando è fatto con parole vere, non è meno reale, è soltanto un’altra via per arrivare al cuore.

L’immagine allegata è stata creata con l’Intelligenza Artificiale.

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