di Tiziana Mazzaglia
La protesta era nata come un gesto forte, quasi come un segnale lanciato da una scuola che chiedeva di essere ascoltata. Alla fine dello scorso anno scolastico, in molti istituti tecnici, numerosi docenti hanno scelto di non adottare i libri di testo per le nuove classi prime. Non perché il libro fosse improvvisamente diventato inutile, ma come forma di contestazione nei confronti della riforma degli istituti tecnici e delle conseguenze che il nuovo assetto potrebbe avere sull’organizzazione delle discipline e sulle cattedre. Tra i punti più discussi c’è la nuova disciplina di Scienze sperimentali, che riunisce ambiti scientifici diversi e che ha alimentato preoccupazioni nel mondo della scuola per la futura distribuzione delle ore e degli organici. La scelta di non adottare i libri voleva essere anche un gesto di solidarietà tra colleghi, un modo per dire che ciò che accade a una disciplina o a una cattedra riguarda in realtà tutta la comunità scolastica. Poi, però, settembre è arrivato. Le porte delle scuole si sono riaperte, le nuove classi prime sono entrate nelle aule e quella che qualche mese prima era una decisione collegiale e una forma di protesta è diventata improvvisamente vita quotidiana. I ragazzi si sono seduti ai banchi e il libro, su quei banchi, non c’era. Da quel momento è iniziato un lavoro silenzioso che forse, visto da fuori, è difficile immaginare. I docenti preparano testi, slide, schemi, esercizi, mappe, materiali da caricare sul registro elettronico o sulle piattaforme digitali. Nelle prime settimane, quando non tutti gli studenti hanno ancora le credenziali o hanno imparato a utilizzare gli strumenti messi a disposizione dalla scuola, ogni passaggio diventa più complesso. E non basta preparare un testo e caricarlo. Una classe di oggi è un piccolo mondo nel quale convivono bisogni molto diversi. C’è il ragazzo che legge senza difficoltà e quello con dislessia, quello che può avere bisogno dell’audiolettura, quello che utilizza una mappa concettuale, quello che ha difficoltà nella scrittura, quello che è appena arrivato in Italia e sta ancora imparando la lingua. C’è chi sa prendere appunti e chi davanti a una spiegazione non sa ancora distinguere ciò che è essenziale da ciò che è secondario. Così una stessa lezione finisce spesso per avere molte forme: il testo scritto, le slide, la mappa, gli appunti, l’audio, gli esercizi. Non è necessariamente un male. È la scuola inclusiva che abbiamo costruito e che vogliamo continuare a costruire. Ma richiede tempo, organizzazione e strumenti. E soprattutto richiede che tutti comprendano che dietro a un file che compare sul registro elettronico non c’è semplicemente un clic: c’è un docente che quel materiale lo ha cercato, selezionato, scritto, adattato e organizzato. In questo scenario ci si accorge anche di qualcosa che forse per anni abbiamo dato per scontato: il libro di testo non era soltanto un contenitore di informazioni. Era anche un punto fermo. Diceva al ragazzo dove iniziava un argomento e dove terminava, gli permetteva di sottolineare una frase, mettere un segno a margine, tornare indietro di qualche pagina. Era lì, fisicamente, sul banco, e chiedeva almeno per qualche minuto di fermarsi, aprirlo e concentrarsi. Senza quel riferimento il docente deve ricostruire ogni volta un percorso e deve insegnare agli studenti anche come orientarsi tra materiali diversi. Non è semplice, soprattutto nelle classi prime, dove molti ragazzi stanno ancora imparando che cosa significhi davvero studiare alle superiori. Ed è proprio qui che scuola e famiglia cominciano qualche volta a guardarsi da due lati diversi dello stesso problema. Alcuni genitori chiedono che cosa debba essere stampato, altri fanno presente che stampare molte pagine costa, altri ancora spiegano di non avere un computer a disposizione o temono che troppe ore davanti a uno schermo possano essere dannose. Sono osservazioni che non possono essere semplicemente ignorate. Non tutte le famiglie hanno le stesse possibilità economiche e avere una connessione a Internet o uno smartphone non significa necessariamente possedere un dispositivo adeguato allo studio. Allo stesso tempo, però, la società nella quale questi ragazzi stanno crescendo è ormai profondamente digitale. Attraverso uno schermo gestiamo il conto corrente, riceviamo comunicazioni, consultiamo documenti, accediamo ai servizi pubblici, prenotiamo visite e svolgiamo una parte sempre più grande delle attività quotidiane. Forse, allora, il problema non è scegliere tra carta e tecnologia come se una dovesse necessariamente cancellare l’altra. Il problema è insegnare ai ragazzi a utilizzare entrambe. Un tablet può servire per giocare per ore, ma può anche contenere un’intera biblioteca, un dizionario, una mappa, un libro digitale, una lezione registrata. La differenza non la fa l’oggetto. La fa l’educazione al suo utilizzo. E questa educazione non può nascere soltanto tra le mura di una scuola. Qui si arriva al punto più delicato. Negli ultimi anni il confine tra le responsabilità della scuola e quelle della famiglia sembra essere diventato sempre più sottile. Alla scuola viene chiesto di insegnare le discipline, ma anche il metodo di studio, l’educazione digitale, il rispetto delle regole, la capacità di stare con gli altri, la gestione dei conflitti, l’autonomia, la responsabilità. Sono tutti aspetti importanti della crescita e nessun insegnante può pensare di occuparsi soltanto della propria materia ignorando la persona che ha davanti. Ma la scuola non può neppure diventare l’unico luogo nel quale un adolescente impara ogni regola della convivenza. Lo si vede anche in un fenomeno apparentemente lontano dai libri di testo: le chat di classe. Nascono spontaneamente, spesso già nei primi giorni di scuola. Servono per chiedere i compiti, ricordare una verifica, scambiarsi un’informazione. Poi, qualche volta, diventano altro. Cominciano gli scherzi, le prese in giro, le parole offensive; possono circolare immagini o contenuti inappropriati e ciò che sembrava uno spazio utile può trasformarsi in un luogo difficile da gestire per ragazzi che hanno quattordici anni e non sempre possiedono ancora gli strumenti per comprendere il peso di ciò che scrivono o condividono. Quando succede, comprensibilmente, le famiglie si preoccupano. Ma anche in questo caso occorre chiedersi dove finisca il compito della scuola e dove inizi quello della famiglia. Una chat privata creata autonomamente dagli studenti non può trasformarsi in un’altra aula virtuale affidata alla sorveglianza degli insegnanti. Se i ragazzi sono ancora troppo giovani per gestirla da soli, forse è necessario che gli adulti che li accompagnano nella vita quotidiana trovino forme di presenza, controllo e dialogo adeguate alla loro età. Non per spiarli, ma per insegnare loro che anche il mondo digitale ha regole, responsabilità e conseguenze. In fondo, dietro alla questione dei libri di testo si intravede qualcosa di molto più grande. Abbiamo tolto un libro dal banco e ci siamo accorti di quante cose ruotassero attorno a quell’oggetto: concentrazione, metodo, autonomia, capacità di leggere, prendere appunti, organizzare il materiale, ricordarsi ciò che serve per il giorno dopo. Il digitale offre possibilità enormi, ma chiede competenze che non nascono spontaneamente. Un ragazzo non diventa autonomo semplicemente perché gli mettiamo in mano un tablet, così come non diventava studioso semplicemente perché gli mettevamo davanti un libro. L’autonomia si costruisce lentamente, attraverso la scuola e attraverso la famiglia. Ed è forse questo il nodo che oggi rischiamo di perdere di vista mentre discutiamo di riforme, ore, cattedre, libri e piattaforme. Gli insegnanti possono preparare materiali sempre più accessibili e personalizzati. Le scuole possono investire nella tecnologia. Le famiglie possono chiedere attenzione alle esigenze dei propri figli. Ma se ciascuno guarda soltanto a ciò che deve fare l’altro, nel mezzo rimangono proprio loro: i ragazzi. Ragazzi che stanno crescendo in una società velocissima, piena di strumenti e allo stesso tempo povera, a volte, di punti di riferimento chiari. Non serve rimpiangere la scuola di una volta né immaginare che tutto ciò che è nuovo sia necessariamente migliore. Serve probabilmente ricostruire un patto educativo nel quale scuola e famiglia tornino a riconoscersi come parti diverse, ma alleate, dello stesso percorso. Perché la responsabilità non può essere continuamente spostata da una parte all’altra. Il docente non può sostituirsi al genitore e il genitore non può chiedere alla scuola di occupare ogni spazio educativo lasciato vuoto fuori dall’aula. Il libro può essere di carta oppure digitale, la lezione può passare da una pagina, da una slide o da una voce registrata, ma dietro ogni strumento deve esserci un adulto che insegna a un ragazzo come utilizzarlo e perché. La riforma degli istituti tecnici ha aperto una discussione importante sul futuro della scuola, sulle discipline, sugli organici e sul modo di insegnare. Ma forse, mentre discutiamo di tutto questo, dovremmo porci una domanda ancora più semplice e più difficile: chi sta educando davvero i ragazzi che formeranno la società di domani? Se scuola e famiglia continueranno a contendersi responsabilità, a rimpallarsi compiti e a chiedersi reciprocamente ciò che l’altro non ha fatto, a rimetterci non saranno soltanto gli insegnanti, i genitori o una determinata disciplina. A rimetterci saranno quei ragazzi che oggi abbiamo davanti e la società che, domani, saranno proprio loro a costruire.
L’immagine allegata è stata creata con l’Intelligenza Artificiale.
