Home » Il diritto di sapere

Il diritto di sapere

di Tiziana Mazzaglia

di Tiziana Mazzaglia

C’è un gesto apparentemente semplice che compiamo ogni giorno: cercare un’informazione. Apriamo un giornale, digitiamo una domanda sul telefono, consultiamo un documento pubblico, ascoltiamo una notizia alla radio. Sembra tutto immediato, quasi scontato. Eppure dietro quel gesto esiste uno dei diritti più importanti di una società democratica: il diritto di sapere. Il 28 settembre, Giornata Internazionale per l’Accesso Universale all’Informazione, ricorda proprio questo principio: poter cercare, ricevere e diffondere informazioni non è soltanto una possibilità offerta dalla tecnologia, ma una componente fondamentale della libertà di espressione. La ricorrenza fu istituita dall’UNESCO nel 2015 e nel 2019 l’Assemblea generale delle Nazioni Unite proclamò ufficialmente il 28 settembre come giornata internazionale. Oggi il diritto di sapere assume un significato ancora più forte, perché viviamo immersi nell’informazione e, paradossalmente, proprio l’abbondanza di notizie può renderci più difficile capire che cosa sia vero. Una notifica arriva prima di una verifica, un video diventa virale prima che qualcuno ne controlli l’origine, una frase estrapolata dal contesto può raggiungere migliaia di persone mentre la rettifica, magari pubblicata il giorno dopo, fatica a percorrere la stessa strada. È qui che il giornalismo torna alla sua funzione più essenziale: non semplicemente raccontare ciò che accade, ma verificare. Cercare documenti, confrontare versioni, controllare numeri, distinguere una testimonianza da una prova, dichiarare ciò che ancora non si sa. Perché una fonte non diventa attendibile soltanto perché è stata condivisa migliaia di volte. E un’affermazione ripetuta all’infinito non diventa, per questo, un fatto. Il diritto all’informazione comincia dunque molto prima della pubblicazione di un articolo: comincia dalla possibilità di fare domande. A un’amministrazione pubblica, a un ente, a un’istituzione. Comincia dalla possibilità di chiedere un atto, consultare un dato, conoscere come viene presa una decisione che riguarda la collettività. Nel 2026, secondo i dati delle Nazioni Unite, 141 Paesi dispongono di leggi che garantiscono l’accesso all’informazione; 101 hanno un organismo specificamente incaricato della supervisione. Ma avere una legge non significa automaticamente poter esercitare pienamente quel diritto. Un test internazionale condotto in 76 Paesi ha mostrato che il 38% delle richieste di informazioni non ha ricevuto una risposta sostanziale e soltanto il 42% ha portato alla divulgazione completa delle informazioni richieste. È forse proprio in questa distanza tra il diritto scritto e quello realmente esercitabile che si comprende quanto l’accesso all’informazione riguardi ciascuno di noi. Trasparenza non significa riempire un sito istituzionale di documenti difficili da trovare o impossibili da comprendere. Significa mettere il cittadino nella condizione di conoscere. E conoscere permette di controllare, scegliere, contestare, partecipare. Le Nazioni Unite lo ricordano con una formula semplice: cittadini informati possono prendere decisioni informate e soltanto conoscendo il modo in cui vengono governati possono chiedere conto delle decisioni e delle azioni dei governi. Ma oggi esiste un secondo problema: avere accesso alle informazioni non significa necessariamente essere bene informati. Internet ha spalancato porte che per generazioni erano rimaste chiuse, ma insieme alle informazioni affidabili circolano manipolazioni, immagini fuori contesto, titoli costruiti per provocare indignazione, contenuti prodotti o modificati dall’intelligenza artificiale e false notizie capaci di sfruttare paure e pregiudizi. La velocità è diventata una delle grandi sfide del nostro tempo: siamo spesso chiamati a credere, commentare e condividere prima ancora di avere avuto il tempo di verificare. Per questo il lavoro sulle fonti non è un dettaglio tecnico riservato ai giornalisti. È una forma di educazione civile. Chiedersi “chi lo dice?”, “da dove arriva questo dato?”, “esiste il documento originale?”, “altre fonti indipendenti lo confermano?” significa costruire una barriera contro la disinformazione. E significa anche recuperare il valore di una parola che nel rumore della comunicazione digitale rischia di diventare fragile: fiducia. Anche il giornalismo, però, deve meritarsela. Deve mostrare le fonti quando è possibile, correggere gli errori, distinguere i fatti dalle opinioni, non trasformare un sospetto in una sentenza e non sacrificare la precisione alla corsa per arrivare primi. È un compito che diventa ancora più importante mentre la libertà di informazione continua a essere pagata a caro prezzo: l’UNESCO registra oltre 1.800 giornalisti uccisi nel mondo dal 1993 e indica ancora nell’85% il tasso di impunità per gli omicidi di giornalisti. Numeri che ricordano come in molte parti del mondo cercare una verità, fare una domanda o pubblicare un’inchiesta possa significare mettere a rischio la propria vita. La Giornata del 28 settembre, allora, non parla soltanto di archivi aperti, accesso agli atti o connessioni digitali. Parla del rapporto tra cittadino e potere, tra giornalismo e responsabilità, tra libertà e conoscenza. Parla della possibilità di non accontentarsi della prima versione dei fatti. In fondo, il diritto di sapere nasce proprio da una domanda. A volte piccola, apparentemente insignificante. “Perché?”. “Chi lo ha deciso?”. “Dove sono i dati?”. “Posso vedere quel documento?”. Sono domande che un cittadino ha diritto di porre e che un giornalista ha il dovere di continuare a porre. Perché l’informazione non è davvero libera soltanto quando può essere pubblicata. È libera quando può essere cercata, verificata, compresa e messa a disposizione di tutti. E forse è questo il significato più profondo del 28 settembre: ricordarci che sapere non è un privilegio concesso a qualcuno. È un diritto che appartiene a ciascuno.

L’immagine allegata è stata creata con l’Intelligenza Artificiale.

Ti potrebbe interessare anche