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Scienze sperimentali: parte la riforma, niente Linee guida e professori in tilt

di Tiziana Mazzaglia

di Tiziana Mazzaglia

Settembre è sempre stato, per la scuola, il mese dei ritorni. Si riaprono gli edifici, si ricompongono i collegi dei docenti, si preparano registri, orari e programmazioni; soprattutto, si tenta di dare forma concreta a ciò che per mesi è esistito soltanto nelle disposizioni normative. Quest’anno, tuttavia, negli istituti tecnici italiani il ritorno in classe porta con sé una novità destinata a modificare profondamente l’insegnamento delle discipline scientifiche. A partire dalle classi prime dell’anno scolastico 2026/2027 entra infatti in vigore la revisione dell’istruzione tecnica prevista dal Decreto ministeriale n. 29 del 19 febbraio 2026. Tra gli elementi più significativi della riforma compare una denominazione apparentemente semplice: “Scienze sperimentali”. Dietro quelle due parole si cela però una trasformazione tutt’altro che marginale. Scienze della Terra, Biologia, Chimica e Fisica vengono ricondotte a un unico ambito, considerato dal Ministero una disciplina unitaria. Non si tratta, almeno nelle intenzioni dichiarate, di collocare quattro materie una accanto all’altra sotto una nuova etichetta. L’ambizione è più profonda: costruire una didattica capace di superare i tradizionali confini disciplinari e restituire allo studente l’unità del metodo scientifico. La Fisica dovrebbe dialogare con la Chimica, la Biologia incontrare le Scienze della Terra, l’esperimento diventare il luogo nel quale conoscenze differenti concorrono alla comprensione del medesimo fenomeno. Il Ministero indica infatti come obiettivo primario la padronanza del metodo scientifico e auspica attività interdisciplinari, con una particolare attenzione ai collegamenti con la vita quotidiana, l’ambiente e il mondo del lavoro. Le singole istituzioni scolastiche potranno inoltre privilegiare, in relazione ai diversi indirizzi tecnici, le aree scientifiche maggiormente coerenti con il profilo professionale in uscita. Sulla carta è una prospettiva pedagogicamente ambiziosa. Nella realtà delle scuole, tuttavia, l’interdisciplinarità deve necessariamente trasformarsi in orari, docenti, programmi, criteri di valutazione, laboratori e contenuti. Ed è precisamente qui che la riforma incontra il suo nodo più delicato. Perché una disciplina può essere dichiarata unica da una norma, ma le competenze professionali di chi la insegna continuano ad avere storie e specializzazioni differenti. Il Decreto ministeriale n. 71 del 29 aprile 2026 ha individuato le classi di concorso chiamate a confrontarsi con il nuovo ordinamento e, per Scienze sperimentali, contempla le classi A-20, A-34 e A-50. Già le indicazioni ministeriali del 19 marzo avevano chiarito che, nella stessa classe, l’insegnamento avrebbe potuto essere affidato a più docenti appartenenti a differenti classi di concorso, facendo ricorso alla progettazione interdisciplinare e alle unità di apprendimento. Ed emerge così una domanda tutt’altro che formale: se la disciplina è una, chi costruisce realmente il suo percorso? Chi stabilisce quanto spazio assegnare alla Fisica, quanto alla Chimica, quanto alla Biologia e quanto alle Scienze della Terra? Come si realizza una programmazione autenticamente comune fra docenti con formazioni differenti? E, soprattutto, come si valuta lo studente all’interno di una materia che giuridicamente e didatticamente viene concepita come unitaria, ma che può essere affidata contemporaneamente a professionalità diverse? Non sono interrogativi astratti. Sono questioni che entrano direttamente nelle aule, nei dipartimenti disciplinari e nei consigli di classe. Già nell’aprile scorso il Consiglio Superiore della Pubblica Istruzione aveva evidenziato la necessità di chiarire le modalità di programmazione, progettazione e valutazione della nuova disciplina proprio perché, pur potendo essere affidata a più docenti, Scienze sperimentali costituisce un insegnamento unico. E durante i mesi successivi la mancanza delle nuove Linee guida ha prodotto conseguenze molto concrete. In alcuni istituti la scelta dei libri di testo per le nuove discipline è stata rinviata a settembre, in attesa di indicazioni più precise sul nuovo assetto curricolare. È forse questo uno degli aspetti più emblematici dell’intera vicenda: mentre una riforma nasce con l’obiettivo di rendere più moderna e flessibile la scuola tecnica, coloro che devono tradurla quotidianamente in didattica hanno dovuto prepararsi a farlo in un quadro rimasto a lungo incompleto. Le Linee guida, infatti, non rappresentano un’appendice burocratica. Sono lo strumento destinato a tradurre i risultati di apprendimento indicati dalla riforma in criteri per la progettazione curricolare, la didattica laboratoriale e, in particolare, per quella complessa modulazione delle Scienze sperimentali sulla quale si gioca una parte rilevante della nuova impostazione. Ancora il 10 giugno l’Associazione Nazionale Presidi ne sollecitava la pubblicazione in tempi compatibili con la programmazione dell’anno scolastico 2026/2027. Alla fine di luglio, durante un confronto tra Ministero e organizzazioni sindacali, era stata annunciata entro la fine di agosto la pubblicazione di un documento di orientamento contenente le Linee guida per accompagnare le scuole nell’attuazione della riforma. Ma accanto alla questione metodologica esiste un secondo elemento che merita attenzione: il tempo. Perché innovare la didattica scientifica significa certamente interrogarsi su come insegnare, ma anche su quanto tempo sia concretamente disponibile per farlo. Nel dibattito parlamentare sulla riforma è stato evidenziato che, nel settore tecnologico-ambientale, il monte ore complessivamente riferibile agli insegnamenti scientifici interessati dalla nuova organizzazione passerebbe da 528 a 297 ore, con una diminuzione di 231 ore. Si tratta di un dato richiamato al Senato nell’aprile 2026 e utilizzato per contestare proprio uno degli aspetti della revisione dei quadri orari. Ed è qui che la questione diventa culturale prima ancora che organizzativa. Viviamo in un’epoca nella quale il linguaggio della scienza attraversa ogni grande questione contemporanea: cambiamento climatico, energia, intelligenza artificiale, genetica, medicina, ambiente, transizione ecologica, sostenibilità. Mai come oggi ai ragazzi viene chiesto di possedere strumenti scientifici sufficientemente solidi per distinguere una prova da un’opinione, una correlazione da una causa, un dato verificabile da un’affermazione priva di fondamento. Il metodo scientifico non è soltanto patrimonio di chi diventerà chimico, biologo, fisico o ingegnere: è una forma di educazione al pensiero critico. Per questo l’idea di mettere in comunicazione le discipline scientifiche può rappresentare un’opportunità straordinaria. La natura, del resto, non conosce le divisioni dei nostri orari scolastici: un cambiamento climatico è contemporaneamente un fenomeno fisico, chimico, biologico e geologico; l’inquinamento di un fiume non appartiene esclusivamente alla Chimica o alla Biologia; persino il funzionamento di una cellula può essere compreso pienamente soltanto quando linguaggi scientifici differenti imparano a incontrarsi. Ma l’interdisciplinarità non nasce semplicemente eliminando i confini sulla carta. Richiede progettazione, formazione, tempo, laboratori, confronto tra docenti e obiettivi chiaramente definiti. Altrimenti il rischio è che ciò che dovrebbe diventare integrazione si trasformi in sovrapposizione e ciò che nasce per ampliare lo sguardo finisca, paradossalmente, per comprimere le singole discipline. Le scuole italiane si trovano dunque davanti a una sfida singolare. Devono insegnare agli studenti il metodo scientifico mentre, contemporaneamente, stanno costruendo il metodo con cui insegnarlo. Forse è proprio questa l’immagine più efficace dell’inizio dell’anno scolastico 2026/2027: docenti e studenti davanti allo stesso laboratorio, con strumenti conosciuti ma una mappa nuova ancora da interpretare. La riforma chiede alla scuola tecnica di diventare più interdisciplinare, flessibile e vicina alle trasformazioni del mondo contemporaneo. È una sfida che può avere un grande valore educativo. Ma perché una riforma possa davvero entrare in classe non bastano un decreto e una nuova denominazione sul quadro orario. Servono indicazioni chiare, tempi adeguati e la possibilità, per chi insegna, di comprendere fino in fondo non soltanto che cosa deve cambiare, ma soprattutto come. Perché tra una riforma scritta e una riforma realmente vissuta esiste uno spazio decisivo. È lo spazio dell’aula. Ed è lì, alla fine, che ogni innovazione della scuola è chiamata a dimostrare il proprio valore.

 

AGGIORNAMENTI:

4 settembre 2026- Dopo la pubblicazione di questo articolo è arrivato un primo intervento del Ministero dell’Istruzione e del Merito. Con la nota n. 2306 del 3 settembre 2026 sono stati infatti trasmessi alle scuole i “Primi orientamenti per la progettazione curricolare finalizzata al passaggio al nuovo ordinamento degli istituti tecnici”. È importante precisare, tuttavia, che non si tratta ancora delle attese Linee guida: lo stesso Ministero specifica che queste ultime sono attualmente in fase di redazione. I primi orientamenti sono stati quindi predisposti per accompagnare le istituzioni scolastiche nell’avvio del nuovo ordinamento e fornire indicazioni utilizzabili fin da subito. Particolare attenzione merita la terza parte del documento, dedicata al primo biennio, nella quale vengono forniti spunti specifici anche per l’ambito delle Scienze sperimentali, oltre che per gli Elementi di base dell’indirizzo e le Tecnologie di base. Un primo passo, dunque, che arriva a riforma formalmente già avviata e a pochi giorni dall’inizio delle lezioni: offre ai docenti alcuni riferimenti per cominciare a progettare il lavoro didattico, mentre resta ancora aperta l’attesa per le Linee guida definitive.

Ancora successivamente alla pubblicazione di questo articolo, il Ministero dell’Istruzione e del Merito ha trasmesso, con la nota n. 2306 del 3 settembre 2026, i “Primi orientamenti per la progettazione curricolare finalizzata al passaggio al nuovo ordinamento degli istituti tecnici”. Il documento, atteso dalle scuole per accompagnare l’avvio della riforma, fornisce le prime indicazioni per la costruzione del curricolo d’istituto, con particolare riferimento agli ambiti disciplinari, alla progettazione interdisciplinare, alla didattica laboratoriale e per competenze e all’utilizzo delle quote di autonomia e flessibilità. Gli Orientamenti arrivano dunque a pochi giorni dall’inizio delle lezioni e dopo l’avvio, nelle scuole, delle attività di programmazione dell’anno scolastico 2026/2027.

13 settembre 2026 – Le criticità legate all’avvio del nuovo ordinamento degli istituti tecnici restano aperte. Il 9 settembre CISL Scuola, UIL Scuola, SNALS, Gilda e ANIEF hanno chiesto congiuntamente al Ministero dell’Istruzione e del Merito la riconvocazione urgente del tavolo sulla riforma, rilevando che nei “Primi orientamenti” trasmessi il 3 settembre non troverebbero pieno riscontro gli impegni prospettati dal Ministero nel precedente confronto dell’8 luglio. Tra i nodi ancora al centro dell’attenzione vi sono l’organizzazione delle discipline, le ore di insegnamento, le quote di autonomia e le possibili ricadute sugli organici. Per quanto riguarda Scienze sperimentali, al momento non risulta ancora un chiarimento ministeriale specifico che definisca in modo definitivo la gestione dell’insegnamento tra docenti appartenenti a differenti classi di concorso.

15 settembre 2026 – Con l’avvio delle lezioni, le criticità legate all’introduzione di Scienze sperimentali negli istituti tecnici stanno passando dalla fase della programmazione alla concreta gestione nelle classi. Da diverse testimonianze di docenti emerge ancora incertezza sui contenuti da svolgere e sul coordinamento tra insegnanti appartenenti a differenti classi di concorso chiamati a concorrere alla nuova area disciplinare. Restano inoltre interrogativi sulla programmazione e sulla valutazione. A oggi non risulta pubblicato dal Ministero un nuovo documento successivo ai “Primi orientamenti” trasmessi con la nota n. 2306 del 3 settembre che chiarisca in maniera definitiva questi aspetti specifici di Scienze sperimentali. Le difficoltà segnalate alla vigilia dell’anno scolastico trovano quindi riscontro anche nella prima fase di applicazione della riforma.

23 settembre 2026 – La questione della riforma degli istituti tecnici resta aperta. La FLC CGIL ha inviato al ministro dell’Istruzione e del Merito Giuseppe Valditara una richiesta formale di intervento normativo urgente, denunciando il ritardo nell’attuazione delle modifiche prospettate dal Ministero nell’incontro dell’8 luglio. Tra queste figura, per il primo biennio del settore tecnologico-ambientale, l’eliminazione delle 132 ore riservate all’autonomia delle scuole e il corrispondente incremento di 132 ore destinate a Scienze sperimentali. Il sindacato chiede ora un provvedimento che intervenga sui quadri orari e sollecita anche il ripristino delle ore sottratte alle discipline e la tutela degli organici. A oggi, dunque, a lezioni già iniziate, resta ancora in attesa di attuazione normativa una parte delle modifiche annunciate dal Ministero prima dell’avvio dell’anno scolastico 2026/2027.

27 settembre 2026 – Arriva un nuovo intervento sulla riforma degli istituti tecnici. Il decreto-legge approvato dal Consiglio dei ministri il 24 settembre modifica i quadri orari previsti dal nuovo ordinamento. Per il primo biennio del settore tecnologico-ambientale vengono eliminate le 132 ore della quota di curricolo precedentemente lasciata a disposizione delle scuole e le stesse 132 ore vengono destinate all’ambito di Scienze sperimentali. Il provvedimento interviene quindi su uno dei punti più discussi dall’avvio della riforma e recepisce una delle modifiche che erano state prospettate dal Ministero nel confronto con le organizzazioni sindacali. Restano tuttavia da chiarire i criteri e le modalità con cui le ore aggiuntive di Scienze sperimentali dovranno essere concretamente ripartite. La FLC CGIL, pur prendendo atto della modifica, considera l’intervento tardivo e parziale e continua a contestare l’accorpamento, nel primo biennio, delle diverse discipline scientifiche nell’unico ambito di Scienze sperimentali.

1 ottobre 2026 – È stato pubblicato nella Gazzetta Ufficiale del 30 settembre il decreto-legge n. 170/2026, entrato in vigore il 1° ottobre, che interviene anche sulla riforma degli istituti tecnici. Il provvedimento rende quindi operative sul piano normativo le modifiche ai quadri orari anticipate nei giorni scorsi. Per Scienze sperimentali si tratta di un passaggio importante, perché viene formalizzato l’intervento sulle ore del primo biennio previsto dal nuovo ordinamento. Resta tuttavia aperto il nodo dell’applicazione concreta nelle scuole: in particolare, la ripartizione dell’insegnamento tra docenti appartenenti a diverse classi di concorso, la programmazione dei contenuti e la gestione della valutazione. L’attenzione si sposta quindi ora sulle indicazioni operative che dovranno accompagnare l’attuazione della norma.

14 ottobre 2026 – La riforma degli istituti tecnici continua a sollevare interrogativi, soprattutto per quanto riguarda l’insegnamento di Scienze sperimentali. Nel corso dell’incontro del 13 ottobre tra il Ministero dell’Istruzione e del Merito e le organizzazioni sindacali è emersa la necessità di ulteriori interventi per rendere pienamente operative le modifiche introdotte dal decreto-legge n. 170/2026. Dopo la conversione in legge del provvedimento, è prevista l’emanazione di un nuovo decreto ministeriale con i quadri orari aggiornati. Restano inoltre irrisolte alcune questioni fondamentali relative a Scienze sperimentali. La UIL Scuola ha chiesto indicazioni nazionali precise sulla programmazione didattica e sulla valutazione degli studenti, soprattutto nei casi in cui l’insegnamento sia affidato a docenti appartenenti a differenti classi di concorso. Rimangono aperti anche i problemi legati alla distribuzione delle ore e alla tutela delle cattedre. A oltre un mese dall’avvio dell’anno scolastico, dunque, la riforma continua a richiedere chiarimenti operativi su aspetti essenziali dell’attività didattica.

19 ottobre 2026 – La riforma degli istituti tecnici continua a essere al centro del confronto sindacale e approda anche nelle aule giudiziarie. Il 15 ottobre, durante le audizioni al Senato sul decreto-legge n. 170/2026, le organizzazioni sindacali hanno ribadito la necessità di ulteriori modifiche per tutelare gli organici, le classi di concorso e il monte ore delle discipline penalizzate dal nuovo ordinamento. La FLC CGIL ha annunciato la presentazione di proposte di emendamento, mentre restano ancora attese le Linee guida definitive e i nuovi quadri orari ministeriali. Sul fronte giudiziario, il TAR del Lazio ha rinviato al 28 ottobre l’esame della domanda cautelare relativa al ricorso promosso da un gruppo di genitori degli studenti delle classi prime, che contestano le modifiche ai percorsi di studio introdotte dopo la chiusura delle iscrizioni. Il rinvio non rappresenta una decisione sulla legittimità della riforma. Per Scienze sperimentali, intanto, rimangono aperti i problemi relativi alla ripartizione delle ore tra le discipline scientifiche e alla gestione dell’insegnamento tra docenti di differenti classi di concorso.

L’immagine allegata è stata creata con l’Intelligenza Artificiale.

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