di Tiziana Mazzaglia
Le nostre strade sono diventate forni. Perché continuiamo a costruirle come cinquant’anni fa? Ogni estate il copione si ripete. I Comuni raccomandano di evitare le ore più calde, i veterinari mettono in guardia dalle ustioni ai polpastrelli dei cani, gli anziani vengono invitati a non uscire e le città si trasformano in enormi radiatori di calore. Eppure continuiamo a costruire le strade con gli stessi materiali, come se il clima non fosse cambiato. L’asfalto è uno dei principali responsabili del fenomeno delle isole di calore urbane. La sua superficie scura assorbe gran parte dell’energia solare durante il giorno e la restituisce lentamente nelle ore successive, facendo sì che le città rimangano calde anche dopo il tramonto. Non è solo una sensazione: è fisica. La Commissione Europea ha evidenziato che, durante le ondate di calore, le superfici urbane possono raggiungere temperature anche 10-15 °C superiori rispetto alle aree rurali circostanti, proprio a causa della grande quantità di asfalto e cemento che accumulano energia termica. Ma il dato ancora più impressionante riguarda la temperatura della superficie stradale. Quando l’aria è di appena 25 °C, l’asfalto esposto al sole può raggiungere oltre 50 °C. Con una temperatura dell’aria di 31 °C può superare i 60 °C, mentre con 35 °C può arrivare intorno ai 65 °C. Nelle giornate più estreme, la superficie di asfalto e cemento può perfino avvicinarsi agli 80 °C, temperature sufficienti a provocare ustioni in pochi secondi. Pensiamo ai cani. Noi camminiamo con scarpe dotate di suole isolanti. Loro appoggiano direttamente i polpastrelli sull’asfalto incandescente. Numerosi studi dimostrano che le ustioni alle zampe sono una conseguenza concreta delle elevate temperature delle pavimentazioni urbane e che il rischio aumenta enormemente nelle città, dove l’effetto isola di calore amplifica ulteriormente il problema. Ma sarebbe riduttivo considerarlo soltanto un problema per gli animali. Quando camminiamo in una strada asfaltata in piena estate, non percepiamo soltanto il sole sopra la testa. Riceviamo calore dal basso, dai lati e dalle superfici circostanti. L’asfalto continua infatti a irradiare energia anche quando il sole sta calando, contribuendo ad aumentare il disagio termico, il consumo di energia per il raffrescamento degli edifici e il rischio sanitario durante le ondate di calore. E poi c’è un altro aspetto, spesso ignorato. Con temperature sempre più elevate l’asfalto si ammorbidisce. In molte città capita di vedere pneumatici che lasciano segni profondi, biciclette che affondano leggermente, persone che avvertono la sensazione che le scarpe aderiscano al terreno. Nei casi più estremi si verificano deformazioni della carreggiata che richiedono costosi interventi di manutenzione. La domanda allora diventa inevitabile: ha ancora senso continuare a rifare le strade con gli stessi materiali del secolo scorso? La ricerca scientifica dice di no. Negli ultimi anni sono stati sviluppati i cosiddetti cool pavements, pavimentazioni progettate per riflettere una maggiore quantità di radiazione solare, assorbire meno calore oppure disperderlo più rapidamente. Accanto a queste esistono pavimentazioni drenanti, materiali porosi, superfici permeabili, rivestimenti chiari e sistemi integrati con alberature e aree verdi. Tutte soluzioni che possono contribuire a ridurre la temperatura delle superfici e il fenomeno delle isole di calore urbane. Naturalmente non esiste una soluzione miracolosa. Alcuni materiali riflettenti possono diminuire la temperatura dell’asfalto ma aumentare la radiazione percepita dai pedoni. Per questo oggi gli urbanisti parlano di un approccio integrato: più alberi, più ombra, materiali innovativi, pavimentazioni permeabili e una progettazione urbana pensata per un clima diverso da quello del Novecento. Il punto è che il cambiamento climatico non è più un’ipotesi futura. È già qui. E allora forse dovremmo smettere di discutere soltanto di come proteggerci dal caldo e iniziare a chiederci perché continuiamo a costruire città che il caldo lo producono. Per decenni abbiamo progettato le strade pensando quasi esclusivamente alle automobili. Oggi dovremmo progettarle pensando anche alle persone, agli animali e alla salute pubblica. Perché una strada non dovrebbe limitarsi a portarci da un punto A a un punto B. Dovrebbe anche permetterci di attraversare l’estate senza trasformarsi in una lastra incandescente.
L’immagine allegata è stata creata con l’Intelligenza Artificiale.
