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Perché gli italiani si sentono sempre più poveri anche quando lavorano

di Tiziana Mazzaglia

di Tiziana Mazzaglia

C’è un momento, alla fine di ogni mese, che accomuna milioni di italiani. È quello in cui si controlla il saldo del conto corrente, si fanno i conti con le bollette, con la rata del mutuo o dell’affitto, con la spesa al supermercato e con le spese impreviste. È un gesto semplice, quasi automatico, che però racconta una trasformazione profonda della società italiana. Sempre più persone hanno un lavoro stabile o comunque un’occupazione, eppure avvertono una sensazione di precarietà economica che fino a pochi anni fa sembrava appartenere soltanto a chi un lavoro non lo aveva. Non è soltanto una percezione. Dietro questa inquietudine si nasconde un fenomeno che economisti e sociologi definiscono “working poor”, i lavoratori poveri, cioè persone che pur percependo uno stipendio non riescono a mantenere un tenore di vita adeguato. Negli ultimi anni questa realtà è diventata sempre più evidente anche in Italia. Secondo le più recenti analisi basate sui dati europei, oltre il 10% degli occupati italiani è a rischio di povertà lavorativa, una percentuale superiore alla media dell’Unione Europea e in crescita rispetto agli anni precedenti. Il paradosso è evidente: lavorare non garantisce più automaticamente sicurezza economica. Le cause sono molteplici e si intrecciano tra loro. Da una parte vi sono salari che, pur crescendo nominalmente, hanno perso potere d’acquisto a causa dell’inflazione; dall’altra aumentano i costi della vita, dell’energia, dei servizi e dell’abitazione. A ciò si aggiungono contratti precari, lavoro discontinuo, part-time involontario e una produttività che da anni fatica a crescere. L’Italia è inoltre uno dei pochi Paesi avanzati nei quali i salari reali hanno registrato, nel lungo periodo, una crescita molto più contenuta rispetto ad altre economie europee. L’OCSE ha evidenziato come il nostro Paese abbia subito uno dei maggiori cali del potere d’acquisto dei salari tra le principali economie industrializzate dopo la forte impennata inflazionistica iniziata nel 2021. Dietro questi numeri ci sono storie che raramente finiscono sulle prime pagine dei giornali. C’è la giovane laureata che alterna contratti a termine senza riuscire a costruire un progetto di vita; il padre di famiglia che lavora quaranta ore alla settimana ma rinuncia alle vacanze per pagare le bollette; l’infermiera che dopo un turno di notte confronta i prezzi dei supermercati per risparmiare qualche euro; il pensionato che continua a lavorare perché il reddito familiare non basta più. Sono volti diversi accomunati dalla stessa sensazione: quella di correre senza riuscire davvero ad avanzare. «La povertà non è soltanto mancanza di denaro, ma mancanza di opportunità», scriveva l’economista e Premio Nobel Amartya Sen, ricordando come il benessere non possa essere misurato esclusivamente dal reddito, ma anche dalla possibilità concreta di vivere una vita dignitosa. È una riflessione che appare particolarmente attuale nel contesto italiano, dove molte famiglie riescono ancora a mantenere un equilibrio soltanto grazie ai risparmi accumulati negli anni passati o al sostegno economico dei nonni. Secondo l’ISTAT, il reddito reale delle famiglie ha subito negli ultimi anni un’erosione significativa proprio a causa dell’inflazione, riducendo la quantità di beni e servizi acquistabili con lo stesso stipendio. Anche il modo di consumare è cambiato. Si rinuncia più facilmente al ristorante, ai viaggi, agli acquisti non indispensabili. Cresce l’attenzione verso le offerte, aumentano gli acquisti nei discount e molte famiglie rimandano spese importanti come la sostituzione dell’automobile o la ristrutturazione della casa. Non sempre si tratta di povertà nel senso tradizionale del termine, ma di un progressivo ridimensionamento delle aspettative e delle possibilità. È una forma di vulnerabilità economica che genera ansia, insicurezza e sfiducia nel futuro. Le conseguenze non sono soltanto economiche. Diversi studi dimostrano che l’incertezza finanziaria influisce sulla salute mentale, sulla natalità, sulle relazioni familiari e persino sulla produttività lavorativa. Chi vive costantemente con la preoccupazione di arrivare alla fine del mese tende a rinviare progetti importanti, dall’acquisto di una casa alla decisione di avere figli. In questo scenario il lavoro continua a rappresentare uno strumento fondamentale di inclusione sociale, ma da solo non basta più. Servono salari capaci di tenere il passo con il costo della vita, politiche per la formazione continua, investimenti nella produttività e misure che favoriscano un’occupazione stabile e di qualità. La sfida non riguarda soltanto l’economia, ma il modello di società che si intende costruire. Perché un Paese nel quale milioni di persone lavorano senza riuscire a sentirsi economicamente sicure rischia di vedere incrinarsi uno dei principi fondamentali su cui si fonda il patto sociale: l’idea che l’impegno e il lavoro possano garantire dignità, autonomia e prospettive di futuro. Quando questa convinzione viene meno, non si impoveriscono soltanto i bilanci delle famiglie, ma anche la fiducia collettiva nel domani.

L’immagine allegata è stata creata con l’Intelligenza Artificiale.

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