di Tiziana Mazzaglia
Torino, sabato 20 dicembre: corso Regina Margherita diventa per qualche ora un corridoio di fumo e nervi tesi, con un corteo nato per contestare lo sgombero e il sequestro di Askatasuna e finito, in alcuni tratti, in scontri con la polizia tra lacrimogeni e idranti. Il corteo, partito nel pomeriggio dalla zona di Palazzo Nuovo (non da piazza Santa Giulia, come annunciato in un primo momento), si è diretto verso Vanchiglia e verso l’area di corso Regina Margherita 47, dove si trova lo stabile che per quasi trent’anni ha ospitato Askatasuna. Le stime sulla partecipazione parlano di “migliaia” di persone, con una consistenza indicata da alcune cronache in almeno 4 mila. La tensione è salita quando parte dei manifestanti ha cercato di avvicinarsi alla zona dello stabile, trovando un cordone delle forze dell’ordine: da lì la cronaca racconta lanci di oggetti e petardi, respingimenti e un crescendo che ha trasformato il diritto di protestare in una scena da guerriglia urbana, di quelle che in video durano pochi secondi, ma lasciano strascichi per settimane. Sul bilancio dei feriti, nelle prime ore sono circolate cifre diverse: alcune fonti parlano di sette agenti feriti, altre arrivano a dieci, segno di una situazione ancora in aggiornamento e, soprattutto, di un esito comunque pesante. Ma per capire perché questo nome Askatasuna continui ad accendere Torino, vale la pena ricordare, in modo neutro, cos’è: uno storico centro sociale autogestito, attivo in un edificio (l’ex Opera Pia Reynero) in corso Regina Margherita 47, occupato dal 1996, diventato negli anni un simbolo polarizzante tra chi lo considera uno spazio politico-culturale e chi lo legge come un’occupazione illegale e un problema di ordine pubblico; la stessa vicenda recente si è intrecciata anche con un percorso istituzionale discusso, legato a ipotesi di “bene comune” e poi naufragato. E qui arriva il punto editoriale (con un filo d’ironia amara): Torino è una città che sa essere adulta, laboratoriale, capace di cultura e conflitto insieme, ma quando la piazza si riduce a una prova di forza e la risposta diventa solo contenimento muscolare, il risultato è sempre lo stesso copione, con due finali che si alimentano a vicenda: da un lato chi si sente legittimato a dire “vedete, avevamo ragione”, dall’altro chi torna a casa più convinto che “non ci sia altro linguaggio possibile”; in mezzo, la maggioranza che non spacca vetrine e non lancia lacrimogeni, ma paga il prezzo dell’insicurezza e della sfiducia. Se si vuole davvero uscire dalla spirale, servono due frasi semplici (e difficili da praticare): la protesta va tutelata, la violenza va isolata; perché se ogni corteo finisce per essere ricordato solo per il fumo, a perdere non è “una parte”, è la città intera, che si scopre capace di alzare la voce ma non di ascoltarsi.
L’ immagine allegata è stato creata con l’Intelligenza Artificiale.
