di Tiziana Mazzaglia
Negli ultimi giorni in Italia stanno circolando titoli allarmistici su una presunta “super influenza K” associata a un boom di polmoniti. Ma di che cosa si parla esattamente? E soprattutto: è un’emergenza “nuova”, o una lettura enfatizzata di un’ondata influenzale intensa? “Influenza K” non è un nuovo virus misterioso. Nella maggior parte delle ricostruzioni, “K” indica un subclade (sottogruppo genetico) del virus dell’influenza A(H3N2), emerso e cresciuto rapidamente nel 2025. L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) segnala un incremento internazionale di virus A(H3N2) classificati come J.2.4.1 (alias subclade K) a partire dall’estate 2025. L’ECDC (Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie) descrive lo stesso subclade K come significativamente divergente rispetto al ceppo vaccinale A(H3N2) usato nella stagione influenzale, un punto che può contribuire a più infezioni (non necessariamente più gravi). Tradotto: “K” è un’etichetta utile per i virologi; per il pubblico può diventare una parola-simbolo (“super virus”) anche quando il fenomeno principale è un altro: tanta circolazione, presto, e in modo concentrato. Il nodo, secondo OMS Europa, è che la stagione influenzale 2025/26 in molte aree è partita prima del solito e con un’intensità elevata, mettendo sotto pressione alcuni sistemi sanitari. Questa dinamica (molti casi in poco tempo) è perfetta per generare percezione di “eccezionalità”: pronto soccorso più pieni, medici di base sovraccarichi, più richieste di antibiotici e radiografie, più racconti di “polmoniti ovunque”. Si parla di “Boom di polmoniti”: cosa può esserci di vero? Che l’influenza possa associarsi a polmonite è un fatto noto. Le polmoniti possono essere:
•virali (da influenza stessa);
•batteriche o “miste” (sovrainfezione dopo un’influenza);
•oppure polmoniti/bronchiti legate ad altri virus respiratori che co-circolano nello stesso periodo.
Ed è qui che entra un dato spesso trascurato: oggi non si guarda solo “l’influenza”, ma un insieme di virus respiratori. In Italia, la sorveglianza RespiVirNet monitora le infezioni respiratorie acute (ARI) e la co-circolazione di più agenti, proprio perché l’ondata invernale raramente è “monotematica”. In altre parole, un aumento di polmoniti può essere compatibile con:
•molta influenza A(H3N2) in circolo;
•RSV, rinovirus, adenovirus, SARS-CoV-2 e altri virus contemporaneamente;
•popolazione fragile esposta (anziani, immunodepressi, pluripatologie);
•diagnosi più frequenti (si fanno più test e più imaging quando gli accessi aumentano).
Le fonti istituzionali sono relativamente nette: al momento non ci sono segnali solidi che la subclade K causi, di per sé, malattia più severa rispetto ad altri ceppi A(H3N2). L’OMS parla di “notevole evoluzione” e di crescita rapida, ma specifica che i dati epidemiologici disponibili non indicano un aumento della severità. Quindi perché più polmoniti “percepite” (o osservate)? Perché se aumenta molto il numero totale di influenze, anche una percentuale stabile di complicanze produce un numero assoluto più alto di casi gravi. È matematica epidemiologica, non necessariamente un “virus mostruoso”.E il vaccino? “Non funziona” oppure “funziona meno ma serve”? È vero che un mismatch tra vaccino e virus circolante può ridurre la protezione contro l’infezione in generale. ECDC ha pubblicato aggiornamenti e valutazioni in stagione, proprio perché il subclade K ha sollevato preoccupazioni sulla corrispondenza con il vaccino. Ma “funziona meno” non significa “non serve”:
•anche quando non blocca bene l’infezione, la vaccinazione può ridurre il rischio di forme gravi, soprattutto nelle categorie fragili;
•e resta una delle leve più forti per evitare ricoveri e complicanze in massa (quando l’ondata arriva intensa e precoce).
Intanto si è diffuso l’allarmismo: come riconoscerlo (e come fare fact-checking)? Ci sono tre campanelli d’allarme tipici nei contenuti social o nei titoli “urlati”: Non è un nuovo virus”, ma è un subclade di un virus influenzale già noto (A(H3N2)). La definiscono anche “Super influenza”, ma questo non è dimostrato dai dati disponibili: la narrazione “super” nasce soprattutto da trasmissibilità, anticipo della stagione e pressione sui servizi, non da una letalità provata più alta. Il “Boom di polmoniti” è senza numeri e senza denominatore e per essere informativo servono: andamento dei ricoveri, tassi per fascia d’età, confronto con anni precedenti, quota attribuibile a influenza vs altri virus, e contesto (es. settimane di picco). È esattamente il tipo di lettura che la sorveglianza ARI/RespiVirNet nasce per supportare. Cosa può fare davvero la differenza (senza panico? Servono misure “noiose” ma efficaci, soprattutto durante picchi intensi:
•vaccinazione per chi è a rischio (e, in generale, per ridurre circolazione e carico sul sistema);
•restare a casa con febbre/sintomi importanti;
•mascherina in ambienti affollati se sintomatici o fragili;
•igiene delle mani e ventilazione degli ambienti.
E, sul piano clinico, ricordare che:
•l’antibiotico non cura l’influenza (serve solo se c’è sospetto/diagnosi di sovrainfezione batterica);
•antivirali e gestione precoce sono particolarmente importanti nei fragili (decisione medica caso per caso).
C’è del vero nel fatto che stiamo vivendo una stagione influenzale precoce e intensa e che, con tanta circolazione, aumentano anche le complicanze respiratorie, inclusa la polmonite. Ma “Influenza K” non è un alieno: è una variante genetica di A(H3N2) che si sta diffondendo molto e può essere meno ben coperta dal vaccino sul piano dell’infezione, senza che oggi ci siano prove forti di una severità intrinsecamente maggiore. Il confine tra informazione e allarmismo sta nei numeri, nel contesto e nelle fonti.
L’immagine allegata è stata creata con l’Intelligenza Artificiale.
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