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Siamo i figli del Covid e danziamo senza ringraziare

di Tiziana Mazzaglia

di Tiziana Mazzaglia

In queste serate estive, tra concerti all’aperto e folle festanti, è facile dimenticare che siamo i superstiti di una pandemia che ha segnato profondamente le nostre vite. Abbiamo affrontato l’isolamento, la paura e la perdita, eppure la società sembra aver voltato pagina senza riconoscere il peso di ciò che abbiamo vissuto. Secondo uno studio della Washington University School of Medicine, i sopravvissuti al COVID-19, anche quelli con forme lievi, presentano un rischio aumentato di morte nei sei mesi successivi all’infezione, con un incremento del 60% rispetto alla popolazione generale. Inoltre, una ricerca pubblicata su CIDRAP indica che il 20% dei pazienti ospedalizzati a Wuhan ha riportato sintomi persistenti anche due anni dopo la dimissione. Il filosofo Timothy Morton ha descritto il COVID-19 come un “iperoggetto”, una realtà così vasta e complessa da sfuggire alla nostra comprensione quotidiana, ma con effetti profondi e duraturi. Questa pandemia ha messo in luce la nostra interconnessione e la necessità di un’etica della cura che riconosca la fragilità umana. Mentre celebriamo la ritrovata libertà, è fondamentale non dimenticare le lezioni apprese. Come ha osservato Isaiah Berlin, la libertà e la sicurezza sono valori in tensione, e bilanciarli richiede consapevolezza e responsabilità. Riconoscere il nostro passato recente è un atto di rispetto verso chi ha sofferto e un passo verso una società più empatica e resiliente.

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