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Se fossi foco…se fossi acqua…e tu come vedi il futuro?

di Tiziana Mazzaglia

di Tiziana Mazzaglia

È gennaio 2026 e il calendario, invece di aprire il suo quaderno pulito, sembra spalancare un fascicolo di emergenze. Le immagini si somigliano anche quando arrivano da continenti diversi: fumo che scende a valle e spegne il cielo, case evacuate con le luci accese, strade spezzate da frane improvvise, ponti chiusi, tende e materassi stesi nei palazzetti, città che scoprono di essere vulnerabili come se lo fossero diventate all’improvviso. Eppure non è improvviso: è ripetuto. È questo che cambia tutto. Non è più la tragedia che accade una volta, ma la sensazione che il mondo stia prendendo l’abitudine alla crisi. In questo inizio del 2026 il lessico quotidiano ha incorporato parole che un tempo appartenevano ai telegiornali: sfollati, evacuazioni, ricostruzione, infrastrutture interrotte. In Mozambico, un aggiornamento umanitario ha parlato di 73.635 persone costrette a lasciare la propria casa; in Indonesia, in un’altra emergenza, si è registrata una fase con oltre 131.500 sfollati prima che l’acqua si ritirasse e la gente potesse rientrare. In Italia, anche una frana con numeri più piccoli lascia la stessa impronta emotiva: famiglie che scendono in strada con una borsa in mano, 287 persone evacuate per precauzione in un territorio reso instabile. E poi gli incendi, che sembrano tornare come un ritornello: in Cile, fra i roghi dei primi giorni dell’anno, una residente ha riassunto la perdita in una frase semplice e devastante: «È straziante». Non c’è statistica che valga quella parola, perché dentro c’è una stanza d’infanzia, una fotografia, un armadio, una vita. È qui che nasce la nuova ansia del secolo, quella che molti chiamano ecoansia: non la paura del temporale, ma la paura della traiettoria. Non l’emozione di un attimo, ma un pensiero che torna e ritorna, fino a diventare sottofondo. L’ecoansia non è una fragilità individuale: è la risposta umana a un ambiente percepito come instabile. E se la mente non trova una via d’uscita, la paura non resta paura: si può trasformare in stanchezza, apatia, depressione. La scienza psicologica sta iniziando a misurare questo passaggio. Una revisione del 2024 che ha considerato decine di studi e oltre 45.000 partecipanti ha trovato associazioni significative tra ecoansia e stress psicologico, sintomi depressivi e ansiosi. Non significa che chi teme per il clima cadrà inevitabilmente nella depressione, ma che la sofferenza aumenta quando la preoccupazione diventa continua, solitaria e senza strumenti. Tra i più giovani la questione è ancora più tagliente perché il tempo, per loro, dovrebbe essere promessa. In una grande indagine internazionale su 10.000 ragazze e ragazzi tra 16 e 25 anni in dieci Paesi, oltre il 45% ha riferito che la preoccupazione per il clima influisce negativamente sulla vita quotidiana. È un numero che va letto con lentezza: vuol dire che per molti il futuro non è una linea davanti, ma un peso sulle spalle. E quando il futuro pesa, la progettazione si spegne. Si rimanda tutto: un trasferimento, un figlio, un lavoro che richieda fiducia. Il cervello, per difendersi, cerca due strade ugualmente rischiose. La prima è l’ossessione: restare attaccati alle notizie, scorrere immagini di disastri fino a confondere informazione e allarme. La seconda è l’evitamento: spegnere, non guardare, dirsi che “tanto non cambia niente”. In entrambi i casi si perde un bene prezioso: la capacità di stare nel reale senza esserne travolti. C’è anche un paradosso che merita di essere detto: non tutti gli eventi che aprono l’anno appartengono alla crisi climatica. I terremoti e i maremoti nascono dalla geologia, non dal termometro. Ma l’effetto psicologico è lo stesso, perché la mente non compila un inventario delle cause: registra la vulnerabilità. E oggi la vulnerabilità è un mosaico, dove l’evento naturale incontra la fragilità umana: la città costruita senza spazio per l’acqua, il bosco trascurato, le infrastrutture vecchie, le disuguaglianze che trasformano una pioggia in una catastrofe. Anche quando la causa non è climatica, l’ecoansia trova comunque un appiglio: il sentimento che il controllo stia scivolando via. Che fare, allora, quando il mondo sembra chiederti di essere lucida mentre ti toglie certezze? La prima cosa è riconoscere che la paura è un segnale, non una colpa. È il corpo che dice: questo tema conta. La seconda è sottrarsi alla trappola dell’impotenza totale. Nessuno può “salvare il pianeta” da solo, ma chiunque può ridurre la distanza tra pensiero e azione: nel proprio quartiere, nella propria scuola, nel proprio lavoro, nelle scelte che si ripetono ogni settimana. L’azione, anche piccola, non è moralismo: è medicina contro la paralisi. E poi c’è la dimensione collettiva, quella più sottovalutata: fare comunità. Perché l’ecoansia peggiora in solitudine e migliora quando il peso si condivide, quando ci si accorge che la paura non è un fallimento personale ma un’esperienza generazionale. Se questo inizio 2026 ci sta insegnando qualcosa, è che la crisi non è solo fuori: è dentro le nostre agende, nei discorsi, nelle decisioni. Non possiamo tornare al mondo “prima”, ma possiamo decidere cosa farne adesso. La domanda, provocatoria e necessaria, non è se avremo paura: la paura c’è già. La domanda è se la trasformeremo in cinismo o in lucidità. Perché la lucidità, oggi, è un atto di resistenza: guardare i fatti senza crollare e continuare, nonostante tutto, a progettare.

L’immagine allegata è stata creata con l’Intelligenza Artificiale.

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