di Tiziana Mazzaglia
Scorriamo e ci sciogliamo: un cucciolo che inciampa, una voce sussurrata, un gesto lento ripreso da vicino, una storia “comfort” con finale gentile. Sembra solo intrattenimento, e invece è una grammatica emotiva: internet ha imparato a vendere calma, appartenenza, tenerezza. In psicologia sappiamo che il cervello ama i segnali di sicurezza: volti morbidi, occhi grandi, ritmi prevedibili, tono di voce caldo. La cultura pop li ha trasformati in estetica: la “cuteness” è diventata un linguaggio globale, una scorciatoia per dire “qui non ti farai male”, un po’ come fa il cinema di Amélie quando costruisce un mondo in cui la gentilezza sembra sempre possibile. E se l’ossitocina è una delle molecole associate alla vicinanza e alla fiducia, allora il marketing sa perfettamente quale leva sfiorare: non tanto il desiderio, quanto il bisogno di essere consolati. Il problema non è emozionarsi: è dimenticare che l’emozione è anche una porta di accesso. Il cinema, quando è brillante, ci mostra proprio questo: come il racconto dolce può essere usato per sedurre, convincere, far abbassare le difese, e come la promessa di “calma” possa diventare un modo per tenerci agganciati. E allora la domanda diventa adulta: sto cercando contenuti che mi aiutano a riposare, o sto usando la tenerezza come anestesia? Non c’è colpa, c’è consapevolezza. Perché la cura vera non è solo quella che ricevi da uno schermo: è quella che ritorna nella vita, in un gesto reale, in una telefonata, in una passeggiata, in un abbraccio che non si può mettere in pausa.
L’immagine allegata è stata creata con l’intelligenza Artificiale.
