di Tiziana Mazzaglia
In un mondo che sembra muoversi con la velocità di un click, il cambiamento è diventato un imperativo: nuovo stile di vita, nuova casa, nuovo lavoro, nuovo profilo, nuovi strumenti, nuova vetrina costantemente allestita. Eppure, proprio in questa corsa frenetica, si cela la domanda silenziosa: servono tutti questi cambiamenti o alcuni sono solo forzature che obbediscono a ritmi esterni? Il sociologo Hartmut Rosa parla di «social acceleration», un’accelerazione sociale che trasforma la nostra esperienza del tempo e della stabilità: «il cambiamento continuo regna sovrano a prescindere dalle diverse fasce anagrafiche e sociali». Secondo la sociologia del mutamento, il cambiamento sociale è naturale. Ma l’aspetto cruciale è il ritmo: quando il ritmo diventa tale da cancellare la dimensione della durata, emerge una fragilità del sistema. Dal punto di vista psicologico, il cambiamento può essere occasione di crescita. Tuttavia, come osserva la psicologa Annalisa Poiana Mosolo: «l’atteggiamento nei confronti del cambiamento è generalmente contraddittorio e ambivalente». Vi è una parte di noi che desidera modificare ciò che ci fa soffrire, e una che preferisce restare com’è perché ha già creato un equilibrio (anche se imperfetto). n pratica: cambiare non è automaticamente progresso. Può essere vetrina, un allestimento continuo per dimostrare che stiamo al passo, e rischia di diventare consumo di cambiamento: si sostituisce piuttosto che riflettere; si rinnova piuttosto che consolidare. In questo senso, il filosofo e sociologo Anthony Giddens avverte che viviamo non in un’era post‑moderna, ma in una “modernità radicalizzata”, in cui le forze che animavano la modernità sono estese fino all’esaurimento e alla velocità smisurata. Quando ogni elemento è temporaneo, il valore dell’attesa, della durata, dell’appartenenza si smarrisce. Le relazioni, le comunità, gli ambienti diventano soggetti all’obsolescenza e al turnover repentino. Lo psicologo Claudio Widmann segnala come «i rapporti umani sempre più fragili e instabili» siano una conseguenza diretta della società in cui «tutto ha una prospettiva di breve durata». Non si tratta dunque di rifiutare il cambiamento, nessuna società è davvero statica, ma di riconoscere quando la frenesia cambia la qualità della vita: di gas pedal selvaggio in cui non si vede più la strada, solo il movimento. E allora la domanda diventa: qual è il valore di ciò che cambiamo? Quanto dura? Chi resta? Nel mondo delle vetrine sempre nuove, spesso dimentichiamo il significato della radice, della storia, della memoria. Forse servirebbe non un’altra novità, ma un momento di tregua: ri‑vedere, ri‑valutare, ri‑mettere al centro ciò che vale abbastanza da durare. È lì che potrebbe annidarsi un cambiamento autentico: non quello che ci fa correre, ma quello che ci fa restare.
L’immagine allegata è stata creata con l’Intelligenza Artificiale.
