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Riparare in un mondo usa e getta: l’arte che resiste al consumismo

di Tiziana Mazzaglia

di Tiziana Mazzaglia

In un’epoca in cui la velocità del consumo sembra non conoscere freni, l’atto di riparare ciò che si rompe assume un significato più profondo: non solo una scelta economica, ma un gesto etico, culturale e persino comunitario. Riparare diventa resistenza contro una cultura che privilegia il nuovo, il fast‑consumo, l’obsolescenza programmata. Secondo uno studio del European Environment Agency (EEA), il fatturato del settore delle riparazioni in Europa era passato da 20,9 miliardi € nel 2012 a 25,6 miliardi nel 2017, per poi calare a 21,5 miliardi nel 2020 — nonostante il potenziale ambientale e sociale fosse chiaro. Inoltre, il rapporto indica che poco più del 58% dei prodotti portati in riparazione nel 2021 sono stati effettivamente sistemati con successo, e si stima un aumento delle capacità di riparazione pari a +4,57% entro il 2037. Un altro dossier della Deloitte afferma che nel solo mercato europeo gli oggetti “riparabili” gettati rappresentano circa 35 milioni di tonnellate di rifiuti all’anno, con 30 milioni di tonnellate di materie prime sprecate e 261 milioni di tonnellate di emissioni di gas‑serra prodotte. Il fenomeno dei Repair Café (caffè della riparazione) rappresenta il lato umano e comunitario di questa arte: nato ad Amsterdam nel 2009, oggi conta migliaia di sedi nel mondo in cui volontari aiutano altre persone a ridare vita ad oggetti rotti. Ad esempio, in Australia viene riportata una percentuale di riparazioni riuscite vicina al 70% in queste iniziative. Perché riparare? C’è un tornante economico e uno culturale:  

– Sul piano economico, riparare può ridurre la spesa individuale e rallentare il ciclo del consumo continuo.  

– Sul piano culturale, come osserva il World Economic Forum, “sistemare gli oggetti può aiutare anche a sistemare ciò che è rotto in noi”, restituendo dignità ai gesti e rinforzando la comunità.

Ma ci sono ostacoli: per molti appare più semplice sostituire che riparare. I costi elevati, la difficoltà di reperire pezzi di ricambio, l’obsolescenza progettata, “componenti incollati anziché avvitati”, come denuncia un reportage del The Guardian. Il consumatore medio, in un’indagine della Deloitte, ammette che il 40% sostituisce un prodotto difettoso con uno nuovo, e solo il 7% pensa all’usato o alla riparazione. In Italia e nel mondo, promuovere la cultura della riparazione non è solo una scelta green: è un modo per riappropriarsi del rapporto con gli oggetti, con il tempo, con le proprie risorse. È dire che un apparecchio rotto non è un pezzo di scarto, ma può essere una storia da continuare. L’abilità di riparare, o anche solo la volontà di farlo, genera ricchezza sociale: competenze, relazioni, fiducia. In sostanza, l’arte del riparare ci invita a fermarci e a riflettere: cosa vogliamo davvero acquistare?, quali valori scelgono i nostri gesti quotidiani? Riparare non è solo tornare a ciò che era: è costruire un futuro più lento, più consapevole, dove ciò che possediamo ha valore, non scadenza.

L’immagine allegata è stata creata con l’Intelligenza Artificiale.

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