di Tiziana Mazzaglia
Nel cuore del XIII secolo, un uomo scalzo percorreva le piazze d’Italia non con sermoni colti o con formule dogmatiche, ma con gesti potenti, parole semplici e performance sorprendentemente evocative. San Francesco d’Assisi non era un predicatore convenzionale: si definiva “giullare di Dio”, un attore-sacerdote capace di parlare al cuore persino degli analfabeti, sfidando la condanna ecclesiastica del teatro con la forza narrativa del gesto e del simbolo. Si racconta che Francesco, mentre faticava a decidere se ritirarsi dalla missione o continuare a predicare, si trovò di fronte a uno stormo di uccelli. Si avvicinò, li apostrofò “Oh uccelli, miei fratelli e sorelle…” e tutti rimasero in silenzio, protendendo colli e aprendo le ali in ascolto. Solo dopo il suo segno della croce volarono via; Francesco confessò di sentirsi in colpa per non aver predicato agli uccelli prima. Da quel giorno, non esistette creatura, silenziosa o risonante, a cui egli non parlasse del Creatore con cura e fervore. Il contesto generale del Medioevo era però ostile al teatro e agli “istrioni”, visti come agenti decadenti del paganesimo: la Chiesa li condannava come esibizionisti corruttori dell’anima. Eppure, con il tempo, nacquero forme di dramma sacro, rappresentazioni in piazza o in chiese, dove si recitavano storie sacre per un pubblico analfabeta, con i misteri biblici animati da frati e confraternite. Queste forme teatrali religiose, pur condizionate da resistenze ecclesiastiche, divennero strumenti potenti di evangelizzazione. Francesco anticipò quel teatro sacro: si spogliava in piazza, portava corde al collo, usava paradossi visivi e gesti simbolici per scuotere l’animo della folla e trasmettere l’essenza del Vangelo. Era una predicazione performativa, vissuta, in cui ogni gesto diventava catechesi incarnata. La sua comunicazione, apparentemente povera, era invece ricchissima di pathos e immaginazione spirituale. Anche oltre la sua morte, l’eco di quella predica si riverberò nella pittura: affreschi come quello di Giotto nella basilica di Assisi immortalano San Francesco mentre predica agli uccelli, un gesto di fraternità cosmica che parla al visivo più che al testuale. Nella tradizione popolare, Francesco è rimasto simbolo di coesione tra uomini, animali e creazione intera. La letteratura didatta medievale e moderna ha rievocato questa capacità comunicativa: Tommaso da Celano e Bonaventura raccontano non solo eventi, ma quel carisma che superava le barriere dell’alfabetismo e dell’autorità formale. Come afferma Dante (nel Paradiso, XXX, 29), la Chiesa condannava “l’abuso di riferimenti profani” nelle prediche in volgare, ma predicatori come Francesco obbligarono l’istituzione a riconoscere che, a volte, il gesto parla più di mille parole sacre. A tal punto che Tommaso d’Aquino, nella Summa Theologiae, autorizzò una forma limitata di spettacolo liturgico, riconoscendo la validità comunicativa dell’istrion movente la fede popolare. San Francesco fu l’antesignano di un teatro del cuore: il suo Vangelo era recitato tra la gente non con paramenti sacri ma con la vita, il gesto e l’intensità spirituale. Nella sua predica agli uccelli, nella scelta di spogliarsi in piazza, nel modo di toccare le corde più intime, egli dimostrò che la fede non ha bisogno di parole dotte, ma di verità incarnata. Una lezione che onora la memoria di chi seppe trasformare la strada, anche senza palco, nel teatro più potente: quello della misericordia divina vivente tra gli uomini e tutte le creature.
