di Tiziana Mazzaglia
La plastica ha rivoluzionato la vita quotidiana grazie alla sua leggerezza, resistenza e convenienza economica, ma è diventata anche una delle più grandi emergenze ambientali del nostro tempo. Ogni anno ne vengono prodotte centinaia di milioni di tonnellate e una parte consistente, dopo un utilizzo spesso limitato a pochi minuti, finisce dispersa nell’ambiente. L’immagine di bottiglie, sacchetti e imballaggi trasportati dalle correnti è ormai familiare, ma ciò che preoccupa maggiormente gli scienziati è ciò che non si vede: la plastica non scompare, si frammenta progressivamente in particelle sempre più piccole, chiamate microplastiche e nanoplastiche, che possono rimanere nell’ambiente per decenni o addirittura secoli. Secondo l’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OCSE), appena il 9% dei rifiuti plastici prodotti nel mondo viene realmente riciclato. Circa il 19% viene incenerito, quasi la metà finisce in discarica e oltre un quinto viene smaltito in modo inadeguato o disperso nell’ambiente, contribuendo all’inquinamento di fiumi, laghi e mari. Questi dati dimostrano che il riciclo, pur essendo uno strumento importante, da solo non è sufficiente a contrastare un fenomeno alimentato da una produzione di plastica che continua ad aumentare. Tra le aree più vulnerabili figura il Mar Mediterraneo, un bacino che rappresenta meno dell’1% della superficie degli oceani ma ospita circa il 18% delle specie marine conosciute. La sua conformazione quasi chiusa e il lento ricambio delle acque favoriscono l’accumulo dei rifiuti, trasformandolo in uno dei mari più colpiti dall’inquinamento da plastica. Il Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente (UNEP) stima che ogni giorno vi arrivino circa 730 tonnellate di rifiuti plastici, mentre la plastica costituisce tra il 95 e il 100% dei rifiuti galleggianti e oltre la metà di quelli presenti sui fondali. L’Unione Internazionale per la Conservazione della Natura (IUCN) calcola inoltre che nel Mediterraneo confluiscano ogni anno circa 229.000 tonnellate di plastica, una quantità paragonabile allo scarico di oltre 500 container pieni di rifiuti ogni giorno. Le conseguenze sono drammatiche per gli ecosistemi marini. Tartarughe, cetacei, pesci, uccelli marini e numerosi altri organismi ingeriscono frammenti di plastica scambiandoli per cibo oppure rimangono intrappolati nei rifiuti galleggianti. Le microplastiche entrano così nella catena alimentare e sono state individuate non solo negli organismi marini, ma anche nell’acqua potabile, nel sale marino e in diversi alimenti consumati quotidianamente dall’uomo. Sebbene la comunità scientifica stia ancora studiando gli effetti a lungo termine sulla salute umana, la loro diffusione è ormai documentata in tutto il mondo e rappresenta motivo di crescente preoccupazione. Proprio perché il problema non può essere risolto limitandosi a raccogliere e riciclare i rifiuti, nel 2022 gli Stati membri delle Nazioni Unite hanno avviato i negoziati per la realizzazione del primo Trattato Globale giuridicamente vincolante contro l’inquinamento da plastica, con l’obiettivo di intervenire sull’intero ciclo di vita di questo materiale, dalla produzione allo smaltimento, promuovendo una riduzione della plastica vergine, un maggiore riutilizzo dei prodotti e una progettazione che renda gli imballaggi più sostenibili. I negoziati sono ancora in corso e uno dei punti più dibattuti riguarda proprio la possibilità di introdurre limiti alla produzione mondiale di plastica, considerata da molti esperti la vera chiave per affrontare il problema alla radice. Tra le organizzazioni che sostengono un accordo internazionale ambizioso c’è Greenpeace, che ha lanciato una petizione chiedendo ai governi di sostenere un trattato capace di ridurre significativamente la produzione di plastica, eliminare progressivamente molti prodotti monouso e rafforzare la responsabilità delle aziende produttrici. L’obiettivo è superare una strategia basata esclusivamente sul riciclo e puntare invece sulla prevenzione, riducendo la quantità di plastica immessa sul mercato. La sfida riguarda il futuro degli oceani, della biodiversità e della salute delle persone. Ridurre il consumo di plastica, favorire il riutilizzo dei materiali e sostenere politiche internazionali efficaci sono oggi considerate dalla comunità scientifica le azioni più concrete per evitare che il mare continui a trasformarsi nella più grande discarica del pianeta.
L’immagine allegata è stata creata con l’Intelligenza Artificiale.
