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L’onestà del farsi pagare

di Tiziana Mazzaglia
di Tiziana Mazzaglia
C’è qualcosa di profondamente sbilanciato nel modo in cui valutiamo — e paghiamo — il lavoro delle persone. Un veterinario, laureato, specializzato, con anni di esperienza, arriva a casa tua, visita l’animale, considerando che per te è tuo figlio, con amore, competenza e delicatezza, ti consiglia, ti rassicura, accetta il pagamento con il POS, tutto dichiarato. Prezzo? 30 euro. Poi chiami un idraulico: nessun titolo di studio richiesto, un intervento rapido — dieci minuti senza sostituzioni né complicazioni e magari si fuma anche una sigaretta mentre lavora a casa tua — 100 euro, più 60 solo per l’uscita. Se chiedi lo scontrino, ti guarda male. Se chiedi di pagare con la carta, ti dice che gli funziona il pos. E, paradossalmente, sei tu a sentirti a disagio. Ci si chiede allora: che valore diamo davvero al lavoro? All’onestà? Alla preparazione? Alla dichiarazione dei compensi? Secondo i dati ISTAT, in Italia oltre il 17% del PIL è ancora sommerso. I pagamenti in contanti per piccoli lavori domestici restano la norma, e spesso chi dichiara tutto è quello che guadagna meno. Il rispetto fiscale diventa un limite, anziché una virtù. Il punto non è svilire il lavoro manuale, ma rivalutare chi lavora con coscienza, competenza e trasparenza — qualunque sia il suo campo. E forse smettere di considerare “furbo” chi evade, e “sciocco” chi dichiara. Come diceva il proverbio inglese: “All work and no play makes Jack a dull boy”. Ma forse, in Italia, dovremmo dire: “All work and no pay makes Jack a poor boy”. In un Paese dove l’evasione fiscale è stimata intorno ai 100 miliardi di euro all’anno, forse è il momento di riflettere su chi davvero merita il nostro rispetto e il nostro denaro. Perché, alla fine, come dicevano i latini, “Labor omnia vincit” — il lavoro vince tutto. Ma solo se è onesto, dichiarato e rispettato. Altrimenti, vince solo chi evade.

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