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Le donne che hanno scelto se stesse

di Tiziana Mazzaglia

di Tiziana Mazzaglia

Esiste una schiera di donne nella letteratura che non ha avuto la fortuna delle grandi storie d’amore felici. Donne che hanno conosciuto l’attesa, il rimpianto, le occasioni perdute, le promesse spezzate. Donne che hanno pianto, sperato, desiderato. Eppure, quando la vita ha chiesto loro di scegliere tra l’amore e la propria dignità, hanno scelto se stesse. Non perché fossero più fredde o più orgogliose delle altre. Non perché incapaci di amare. Al contrario. Hanno amato profondamente. Ma hanno saputo comprendere che esiste una solitudine più dolorosa dell’essere sole: quella che si prova quando si smette di appartenere a se stesse. La letteratura custodisce queste figure quasi come un filo segreto, una genealogia silenziosa di donne che hanno preferito una stanza vuota a un amore senza rispetto, una malinconia dignitosa a una felicità pagata con la rinuncia alla propria anima. Jane Eyre è una di loro. Nata povera, cresciuta senza carezze e senza privilegi, Jane non conosce la bellezza appariscente né i favori del destino. Eppure possiede qualcosa che nessuno può toglierle: una dignità ferma, quasi sacra. Quando incontra Edward Rochester, ama con tutta la forza di cui è capace. Ma quando scopre che quell’amore le chiederebbe di vivere nell’ombra, in una condizione che offenderebbe la sua coscienza, compie il gesto più difficile: se ne va. Se ne va amando. Non smette di amare Rochester. Semplicemente, ama anche se stessa. E così, povera e sola, attraversa il dolore senza svendersi. Perché ci sono donne che preferiscono una notte piena di lacrime a una vita trascorsa a chiedere il permesso di essere amate. Anche Jo March appartiene a questa stirpe. In un mondo che insegnava alle donne che la felicità coincideva con il matrimonio, Jo inseguiva le parole, i libri, la scrittura e quella libertà che nessuno poteva regalarle. Conosce la delusione, vede partire chi ama, sperimenta la nostalgia. Ma non si lascia mai convincere che una donna senza marito sia una donna incompleta. Jo non aspetta di essere scelta. Sceglie. Sceglie la sua voce, il lavoro, i suoi affetti, la sua capacità di stare al mondo senza dipendere dallo sguardo di qualcuno. Poi c’è Anne Elliot, che conosce il rimpianto e il dolore delle occasioni perdute. Ma Anne non si indurisce. Continua ad amare il mondo con delicatezza e porta il suo dolore con grazia. E poi, tra le pagine di Grazia Deledda, appare Noemi Pintor. Noemi ama senza essere ricambiata pienamente. Il suo cuore conosce il sapore delle cose incompiute. Ma continua a vivere e a custodire la propria anima. «Siamo canne e la sorte è il vento». Le canne si piegano ma non si spezzano. Così è Noemi. Queste donne non sono eroine perché hanno rinunciato all’amore. Sono eroine perché non hanno rinunciato a se stesse. Hanno accettato la malinconia, ma non l’umiliazione. Hanno sopportato l’assenza, ma non la perdita del rispetto di sé. E forse la forma più alta dell’amore non è quella che ci salva da noi stesse, ma quella che non ci costringe mai a perderci. Perché ci sono donne che hanno attraversato la vita senza avere tutto ciò che sognavano, ma non hanno mai venduto la propria anima per ottenerlo. E, come le canne al vento di Grazia Deledda, si sono piegate alle tempeste, ai rimpianti e alle assenze, ma non si sono spezzate.

L’immagine allegata è stata creata con l’Intelligenza Artificiale.

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