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L’attesa che ci ha fatti innamorare

di Tiziana Mazzaglia

di Tiziana Mazzaglia

C’era un tempo in cui l’attesa era parte integrante della vita. Una telefonata arrivava dopo giorni, una lettera portava il profumo della distanza, un incontro era preceduto da ore, a volte giorni, di preparazione. E quell’attesa non era vuoto: era una musica fatta di pause. Oggi siamo sempre connessi, sempre presenti nelle notifiche altrui, ma sempre più assenti nei cuori degli altri. L’attesa era ciò che dava valore alla presenza. Ogni istante insieme era unico perché desiderato, preparato, custodito. Come uno spartito musicale, in cui il silenzio tra le note è ciò che dà senso alla melodia, anche nella vita le pause creavano armonia. Le neuroscienze e la psicologia ci confermano che l’attesa non è solo nostalgia poetica. Secondo uno studio pubblicato su Psychological Science, anticipare un’esperienza, come un viaggio o un incontro, genera un livello di felicità superiore rispetto all’attesa di un bene materiale. Il piacere dell’attesa stessa diventa parte del benessere. Un altro studio (Reward anticipation buffers neuroendocrine and cardiovascular responses to acute psychosocial stress, su PubMed) dimostra che l’anticipazione attiva aree del cervello che mitigano lo stress, agendo come una forma di protezione naturale. Attendere qualcosa di positivo ci prepara, ci rafforza. E ancora, le neuroscienze ci spiegano che il cervello umano è programmato per anticipare eventi futuri, generando un “senso del tempo” che abbraccia passato, presente e futuro, come mostrato da una ricerca pubblicata su PubMed nel 2021 (Temporal structure in predictive brain function). L’attesa, dunque, è un allenamento alla consapevolezza temporale. Oggi, però, l’attesa è diventata impazienza. La messaggistica istantanea ha annullato i tempi morti, e con essi la profondità. Siamo ovunque, tranne che qui. Le parole non si scelgono più, si digitano. Le emozioni non si maturano, si inviano. Eppure, torniamo a ricordare che la lentezza non è inefficienza, ma presenza. Che l’attesa, se vissuta come ascolto, è ciò che rende gli istanti pieni. Forse, più che mai, abbiamo bisogno di riscoprirla come atto d’amore verso noi stessi e gli altri. Non tutto deve essere immediato. Non tutto deve essere detto subito, negli spartiti musicali per ottenere una sinfonia servono le pause. Ci sono parole che maturano come il vino, relazioni che crescono con la distanza, emozioni che sbocciano solo se lasciamo loro il tempo. E allora, impariamo di nuovo ad aspettare. Come chi prepara la tavola per qualcuno che ama, anche se non sa l’ora in cui arriverà e forse nelle relazione ci ritroveremo musica e poesia.  

 

L’immagine allegata è stata creata con l’Intelligenza Artificiale.

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