di Tiziana Mazzaglia
L’inchiesta pubblicata da Rivista Africa racconta il fenomeno dei cosiddetti shadow scholars, giovani laureati africani che scrivono elaborati accademici destinati a studenti iscritti in alcune delle più prestigiose università del mondo. Dietro una tesi o un saggio presentati a Oxford, Cambridge, Harvard o in altri atenei internazionali può infatti nascondersi il lavoro di professionisti altamente qualificati che, per necessità economica, mettono il proprio sapere al servizio di altri senza riceverne alcun riconoscimento. Tra le testimonianze raccolte figurano quelle di giovani provenienti soprattutto da Kenya e Nigeria, come Tolulope, laureata in Economia, che racconta di aver realizzato centinaia di elaborati. Per tutelarne l’identità non vengono indicati gli atenei frequentati, ma studi accademici, tra cui quelli della sociologa Patricia Kingori dell’Università di Oxford, confermano che molti di questi professionisti hanno alle spalle percorsi universitari solidi e competenze pienamente adeguate agli standard richiesti dalle università internazionali. Il loro lavoro non consiste in un semplice copia e incolla. Ricevono programmi dei corsi, criteri di valutazione, bibliografie, articoli scientifici e istruzioni dettagliate dai clienti. Successivamente svolgono vere ricerche consultando banche dati come Google Scholar, JSTOR, ScienceDirect e PubMed, utilizzano fonti scientifiche peer reviewed e spesso verificano l’originalità dei testi con software antiplagio. Le commissioni arrivano attraverso piattaforme freelance, gruppi Telegram e WhatsApp e le cosiddette essay mills, aziende specializzate nella vendita di elaborati accademici. In alcuni casi vengono persino utilizzati pseudonimi occidentali per ispirare maggiore fiducia ai clienti. Questo fenomeno apre interrogativi profondi sull’integrità accademica e sulla meritocrazia. Se un giovane laureato africano è abbastanza preparato da scrivere un elaborato capace di superare gli standard delle migliori università del mondo, il vero problema non è soltanto chi lo scrive, ma soprattutto chi decide di firmarlo senza averne costruito il contenuto. Una laurea non dovrebbe essere soltanto un titolo da esibire o uno strumento per accedere al mondo del lavoro. Dovrebbe rappresentare il risultato di un percorso di crescita personale, fatto di studio, ricerca, errori, confronto e passione. Ogni tesi dovrebbe raccontare il pensiero dello studente, la sua capacità critica e la sua originalità. Eppure sempre più spesso si ricorre al copia e incolla, all’acquisto di elaborati su commissione o all’uso indiscriminato dell’intelligenza artificiale come scorciatoia. Le motivazioni possono essere la pressione dei risultati, la mancanza di tempo, la paura di non essere all’altezza o la convinzione che il voto conti più del percorso. Tuttavia ogni scorciatoia priva l’esperienza universitaria del suo significato più autentico. L’università dovrebbe insegnare a verificare le fonti, sviluppare un pensiero autonomo e costruire conoscenza con onestà intellettuale. La tecnologia e l’intelligenza artificiale possono essere strumenti preziosi di supporto, ma non possono sostituire la curiosità, la creatività e la responsabilità personale. La vicenda degli shadow scholars racconta così due storie parallele: quella di professionisti costretti a restare invisibili nonostante il loro talento e quella di studenti che rinunciano a costruire davvero il proprio sapere. In un’epoca in cui la conoscenza è sempre più accessibile, il valore di una laurea non dovrebbe risiedere nella firma apposta su una tesi, ma nella capacità di dimostrare di aver costruito quel sapere con impegno, passione, spirito critico e onestà.
Fonti consultate: Rivista Africa; ricerche della professoressa Patricia Kingori dell’Università di Oxford; studi internazionali sul fenomeno delle essay mills e dell’integrità accademica.
L’immagine allegata è stata creata con l’Intelligenza Artificiale.
