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«Bam Bambina»: quando un videoclip divide. Il confine tra provocazione artistica e responsabilità culturale

di Tiziana Mazzaglia

di Tiziana Mazzaglia

Ogni epoca ha le sue provocazioni artistiche. La musica pop, da sempre, utilizza immagini forti, personaggi estremi e gesti simbolici per attirare l’attenzione. Tuttavia esiste un momento in cui la provocazione smette di essere soltanto uno strumento espressivo e diventa motivo di riflessione sul messaggio che arriva al pubblico. Guardando il videoclip di Bam Bambina di Elettra Lamborghini, ciò che mi colpisce maggiormente non è tanto l’estetica volutamente irriverente quanto una scena in particolare: mentre il personaggio interpretato dalla cantante svolge alcune faccende domestiche, compare un bambolotto che rappresenta un bambino e viene lanciato in aria con apparente leggerezza. Naturalmente si tratta di un oggetto di scena e di una rappresentazione artistica. Nessuno spettatore razionale può confondere quel gesto con un fatto reale. Eppure il linguaggio delle immagini possiede una forza simbolica che non può essere ignorata. I videoclip contemporanei parlano soprattutto ai giovani e costruiscono immaginari, modelli e riferimenti culturali. È proprio qui che nasce il mio disagio. Quella scena, ogni volta che la guardo, mi trasmette un senso di inquietudine. Non riesco a considerarla una semplice gag perché richiama, anche involontariamente, un gesto di violenza nei confronti di ciò che rappresenta un bambino. La mia reazione è emotiva, ma credo sia legittimo interrogarsi sul significato di immagini di questo tipo. Un’altra riflessione riguarda la costruzione del personaggio femminile. Il videoclip propone una protagonista volutamente trasgressiva, dominante e fuori dagli schemi. La provocazione fa parte del linguaggio dello spettacolo e non è certo una novità. Tuttavia ci si può chiedere se il rischio non sia quello di trasformare alcuni comportamenti aggressivi o sprezzanti in elementi di fascino, presentando la figura della «cattiva» come un modello vincente senza offrire alcuna chiave di lettura critica. L’arte non ha il dovere di essere educativa. Sarebbe un errore pretendere che ogni canzone o ogni videoclip trasmetta esclusivamente messaggi positivi. Allo stesso tempo, però, il pubblico ha il diritto di interrogarsi su ciò che vede e di esprimere un giudizio. La libertà artistica comprende anche la libertà di essere criticata. Forse la domanda più interessante non è se quella scena debba esistere oppure no. La domanda è un’altra: quale effetto produce su chi la guarda? Se un’immagine riesce a suscitare paura, disagio o indignazione, significa che ha colpito qualcosa di profondo. E proprio da quella reazione può nascere un confronto sul rapporto tra spettacolo, provocazione e responsabilità culturale. Non si tratta di censurare un videoclip, ma di ricordare che le immagini non sono mai neutre. Possono divertire, scandalizzare, emozionare o ferire la sensibilità di chi le osserva. Parlare di questo significa esercitare il senso critico, senza rinunciare al rispetto della libertà artistica.

L’immagine allegata è stata creata con l’Intelligenza Artificiale.

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