di Tiziana Mazzaglia
Ogni estate, puntualmente, Sapore di mare torna in televisione. E puntualmente milioni di persone si fermano a guardarlo. Non perché non conoscano già la storia, ma perché quel film riesce a fare qualcosa che pochi altri sanno fare: aprire un cassetto della memoria che pensavamo chiuso. Non importa se quegli anni non li abbiamo mai vissuti. Quelle cabine sulla spiaggia, le biciclette, i balli lenti, le canzoni che accompagnano i primi amori parlano a tutti. Perché Sapore di mare non racconta gli anni Sessanta. Racconta il tempo in cui l’estate sembrava infinita. Forse è proprio questo che oggi ci manca. Non il passato, ma il modo in cui abitavamo il presente. Le giornate non erano riempite da notifiche, fotografie da pubblicare o storie da condividere. Si vivevano senza l’urgenza di dimostrare qualcosa. Si usciva di casa senza sapere chi si sarebbe incontrato, si passeggiava sul lungomare senza una meta, si aspettava la sera come si aspetta una promessa. L’attesa non era un fastidio: era parte del desiderio. Oggi tutto è immediato. Basta un messaggio per dichiararsi, per lasciarsi, per cambiare programma. Abbiamo eliminato quasi ogni forma di attesa, ma insieme all’attesa abbiamo perso anche una parte dell’emozione. Perché il desiderio ha bisogno di tempo per crescere. Il sociologo Zygmunt Bauman descriveva la nostra come una società liquida, dove tutto cambia rapidamente e nulla sembra destinato a durare. Anche i rapporti umani rischiano di diventare consumabili: si costruiscono in fretta e si interrompono con la stessa velocità. Nel mondo di Sapore di mare, invece, bastava uno sguardo ripetuto ogni sera sul lungomare per far nascere un amore. Oggi spesso ci conosciamo prima attraverso uno schermo che attraverso gli occhi. Anche Umberto Galimberti osserva che il nostro tempo ha trasformato l’esperienza in prestazione. Non basta più vivere un momento: bisogna raccontarlo, fotografarlo, renderlo visibile. E così, mentre siamo impegnati a documentare la felicità, rischiamo di perderne l’esperienza autentica. La psicologia aggiunge un altro tassello. Gli studiosi parlano di reminiscence bump, quel fenomeno per cui ricordiamo con particolare intensità gli anni dell’adolescenza e della prima giovinezza. Non è il passato a essere stato perfetto. È il nostro cervello che conserva quei ricordi con colori più intensi. Eppure sarebbe troppo semplice liquidare tutto come nostalgia. C’è qualcosa di più. Ci manca il tempo vuoto. Quello che oggi cerchiamo disperatamente di riempire. La noia che allora ci sembrava insopportabile diventava il terreno fertile dell’immaginazione. Lo psicoterapeuta Paolo Crepet ricorda spesso che la felicità non nasce dall’accumulo di stimoli, ma dalla capacità di emozionarsi. Marcel Proust scriveva che «il vero viaggio di scoperta non consiste nel cercare nuove terre, ma nell’avere nuovi occhi». Forse è questo il segreto di Sapore di mare. Non ci invita a tornare negli anni Sessanta. Ci invita a chiederci quando abbiamo smesso di guardare il mondo con lo stupore di allora. Perché, in fondo, ciò che continuiamo a cercare ogni estate non è una spiaggia, una canzone o un film. Cerchiamo quella parte di noi che sapeva perdere il senso del tempo, vivere senza cronometro, aspettare senza impazienza e credere che tre mesi potessero contenere una vita intera. Forse quell’estate non è finita. Siamo noi che, crescendo, abbiamo dimenticato la strada per raggiungerla.
L’immagine allegata è stata creata con l’Intelligenza Artificiale.
