di Tiziana Mazzaglia
Una volta, davanti a un problema di matematica che non tornava o a una pagina bianca da riempire, uno studente poteva chiedere aiuto a un genitore, telefonare a un compagno, sfogliare un’enciclopedia o aspettare il giorno dopo per alzare la mano in classe. Oggi può bastare una domanda scritta sullo schermo. Pochi secondi e l’intelligenza artificiale spiega un teorema, riassume un capitolo, traduce una versione, propone la scaletta di un tema e, se glielo chiediamo, quel tema può anche scriverlo dall’inizio alla fine. È probabilmente qui che passa uno dei confini più delicati della scuola contemporanea: quando l’intelligenza artificiale aiuta uno studente a imparare e quando, invece, comincia a imparare al posto suo? I numeri raccontano quanto rapidamente questo interrogativo sia entrato nella quotidianità. Una ricerca nazionale condotta nel 2026 da Common Sense Media su 1.017 adolescenti statunitensi rileva che il 70% utilizza strumenti di intelligenza artificiale per il lavoro scolastico. Tra chi li usa, il 63% dichiara di ricorrervi anche per ottenere direttamente una risposta a un compito: il 25% prende talvolta la risposta così com’è, il 31% la riscrive per farla sembrare propria e il 35% la modifica utilizzando ciò che già conosce. Ma c’è un altro dato che impedisce di ridurre tutto alla parola “copiare”: il 77% utilizza l’IA anche come aiuto senza farsi consegnare direttamente la soluzione, per esempio per sviluppare idee o controllare il proprio lavoro. È una distinzione fondamentale. Chiedere a un sistema di spiegare in modo più semplice un concetto che non abbiamo capito non equivale a dirgli: “Fammi il compito”. Usarlo per verificare un ragionamento non è la stessa cosa che delegargli quel ragionamento. Farsi suggerire delle domande per ripassare può diventare uno strumento di studio; copiare una risposta che non saremmo in grado neppure di spiegare cinque minuti dopo è tutt’altra cosa. La tecnologia è la stessa, ma cambia completamente ciò che accade nella mente dello studente. E proprio gli studenti sembrano percepire questa contraddizione. Nella stessa ricerca, il 38% degli adolescenti che usa l’IA afferma che averla a disposizione lo porta a produrre meno idee proprie, mentre il 39% ha la sensazione di perdere una parte dell’apprendimento quando utilizza l’intelligenza artificiale per completare i compiti. Allo stesso tempo, il 66% sostiene che l’IA lo aiuti a comprendere meglio il lavoro scolastico. Non siamo quindi davanti a ragazzi semplicemente entusiasti di una macchina che fa i compiti al loro posto. Sono loro stessi, almeno in parte, a intravedere il prezzo della comodità. Il punto diventa ancora più interessante osservando i dati internazionali appena pubblicati dall’OCSE con PISA 2025. L’uso dell’IA per il lavoro scolastico è ormai diffuso nella maggior parte dei Paesi ed economie partecipanti e, mediamente nei Paesi OCSE, soltanto il 14% degli studenti dichiara di non utilizzarla mai o quasi mai per le attività considerate dall’indagine. Circa uno studente su cinque riferisce invece un utilizzo quasi quotidiano. Ma l’OCSE invita a non interpretare questi numeri in maniera semplicistica: per diversi tipi di attività scolastiche gli studenti che non usano chatbot di IA ottengono generalmente risultati migliori in scienze rispetto a chi li utilizza, mentre per un uso più generale finalizzato all’apprendimento la relazione cambia. Gli studenti che utilizzano frequentemente l’IA e che a scuola imparano anche a valutare criticamente la qualità delle risposte generate registrano risultati leggermente superiori rispetto ai non utilizzatori o agli utilizzatori occasionali. Si tratta di associazioni, non della prova che l’IA causi risultati migliori o peggiori. Forse è proprio questa la parola che manca spesso nel dibattito: valutare. Perché l’intelligenza artificiale può rispondere in maniera convincente anche quando sbaglia. Può inventare riferimenti, semplificare eccessivamente un problema, restituire informazioni incomplete. Se lo studente non possiede già gli strumenti necessari per interrogare quella risposta, confrontarla con altre fonti e riconoscere un errore, la velocità della tecnologia rischia di trasformarsi in una forma nuova di passività. Eppure l’educazione all’IA sembra procedere più lentamente dell’IA stessa. Nel sondaggio 2026 di Common Sense Media, appena il 27% degli adolescenti dichiara che un insegnante abbia parlato con loro di che cosa sia l’intelligenza artificiale e di come funzioni. Il 73% dice che questo confronto non è mai avvenuto. Inoltre, tra gli studenti che usano l’IA per i compiti, il 44% riferisce che almeno uno strumento è stato bloccato dalla scuola; tra questi ragazzi, il 59% afferma di essere semplicemente passato a un dispositivo personale. È un particolare che pone una domanda scomoda: vietare uno strumento che gli studenti hanno già in tasca significa davvero insegnare loro a non usarlo? Già nel 2024 un’altra indagine di Common Sense Media aveva mostrato che quattro adolescenti su dieci avevano utilizzato l’IA generativa per un compito scolastico e, tra loro, il 46% dichiarava di averlo fatto almeno nell’occasione più recente senza il permesso dell’insegnante. A distanza di due anni, la questione appare quindi ancora meno riconducibile alla semplice alternativa tra permesso e divieto. Anche l’UNESCO propone da tempo un approccio centrato sulla persona: l’intelligenza artificiale nell’istruzione dovrebbe essere utilizzata in maniera appropriata all’età, etica e pedagogicamente significativa, proteggendo anche la privacy e mantenendo centrale l’azione umana. La questione, dunque, non è soltanto stabilire se uno studente possa aprire un chatbot mentre fa i compiti. È capire che cosa vogliamo che faccia il suo cervello mentre quel chatbot è aperto. C’è una frase raccolta da Common Sense Media che sintetizza bene il problema. Yvette Renteria, responsabile dei programmi dell’organizzazione ed ex insegnante, parlando del lavoro necessario per costruire un elaborato ricorda: “You’re building the capacity to understand different perspectives, to make an argument.” Stiamo costruendo, cioè, la capacità di comprendere punti di vista differenti e di formulare un’argomentazione. È qualcosa che non compare necessariamente nel foglio consegnato al professore. Sta nel percorso che ha portato a scriverlo. Perché un tema non serve soltanto a produrre un tema. Un problema di matematica non serve soltanto a trovare un risultato. Una traduzione non serve esclusivamente a consegnare una traduzione corretta. L’esercizio scolastico costringe a cercare, sbagliare, cancellare, ricominciare, ricordare una regola, collegare informazioni e sostenere la piccola frustrazione di non trovare immediatamente la soluzione. Se eliminiamo sistematicamente quella fatica, possiamo forse ottenere compiti migliori. Ma non è affatto detto che stiamo formando studenti migliori. L’intelligenza artificiale, allora, potrebbe diventare un magnifico tutor oppure una sofisticatissima macchina per evitare di pensare. La differenza non la farà soltanto la tecnologia. La faranno il modo in cui verrà utilizzata, le regole che la scuola saprà costruire e soprattutto gli insegnanti che ai ragazzi dovranno porre una domanda forse più importante di “Hai usato l’IA?”. Una domanda potrebbe essere: “Quello che hai consegnato, sapresti spiegarmelo senza di lei?” Ed è forse lì che oggi passa il confine tra aiuto e scorciatoia. Non nel momento in cui uno studente apre l’intelligenza artificiale, ma nel momento in cui, aprendola, smette di usare la propria.
L’immagine allegata è stata creata con l’Intelligenza Artificiale.
