di Tiziana Mazzaglia
C’è un gesto che compiamo decine di volte ogni giorno senza quasi rendercene conto. Sblocchiamo lo smartphone con un’impronta digitale, autorizziamo un’app ad accedere alla nostra posizione, accettiamo rapidamente i cookie di un sito Internet, condividiamo una fotografia sui social network o utilizziamo una carta fedeltà al supermercato. Sembrano azioni banali, prive di conseguenze. Eppure, dietro ciascuna di esse, lasciamo una traccia. Non si tratta soltanto del nostro nome o del numero di telefono, ma di un insieme di informazioni che raccontano chi siamo, dove viviamo, quali luoghi frequentiamo, cosa acquistiamo, quali notizie leggiamo, quali film guardiamo e perfino quanto tempo trascorriamo davanti allo schermo. È il patrimonio invisibile dell’era digitale: i dati personali. Un patrimonio che, secondo molti esperti, rappresenta oggi una delle risorse economiche più preziose al mondo. «I dati sono il nuovo petrolio», affermò già nel 2006 il matematico britannico Clive Humby. Una frase che negli anni è diventata quasi un simbolo della trasformazione digitale. Ma, a differenza del petrolio, i dati non si esauriscono quando vengono utilizzati. Possono essere copiati, analizzati, combinati e trasformati in informazioni di enorme valore economico. Le grandi piattaforme digitali basano una parte significativa del proprio modello di business proprio sulla raccolta e sull’analisi di questi dati, utilizzati per personalizzare i servizi, migliorare gli algoritmi e proporre pubblicità sempre più mirate. Ogni ricerca effettuata online, ogni acquisto, ogni clic contribuisce ad arricchire un profilo digitale capace di descrivere con sorprendente precisione le abitudini e gli interessi di ciascun individuo. Molti utenti sono convinti di utilizzare gratuitamente applicazioni, motori di ricerca e social network. In realtà il prezzo pagato non è economico, ma informativo. Lo ha sintetizzato con efficacia l’informatico e imprenditore Jaron Lanier quando ha affermato: «Se non stai pagando per il prodotto, il prodotto sei tu». Una provocazione che invita a riflettere sul reale valore dei dati personali nell’economia contemporanea. Secondo il rapporto annuale dell’Agenzia dell’Unione Europea per la cybersicurezza (ENISA), il numero degli attacchi informatici finalizzati al furto di dati continua ad aumentare e riguarda ormai cittadini, aziende, ospedali e pubbliche amministrazioni. Le informazioni personali vengono sottratte per essere rivendute nei mercati illegali del web, utilizzate per frodi finanziarie, furti d’identità, campagne di phishing o sofisticate truffe digitali. In alcuni casi un semplice indirizzo e-mail associato ad altre informazioni può diventare sufficiente per costruire un profilo dettagliato della vittima. Dietro questi scenari ci sono comportamenti quotidiani che spesso sottovalutiamo. C’è chi utilizza la stessa password per tutti gli account, chi pubblica sui social fotografie che rivelano luoghi frequentati e abitudini familiari, chi autorizza applicazioni a raccogliere dati senza leggere le condizioni d’uso e chi condivide documenti personali attraverso piattaforme poco sicure. Sono azioni apparentemente innocue che, sommate tra loro, costruiscono un’identità digitale estremamente ricca di informazioni. Secondo il Data Privacy Benchmark Study di Cisco, la maggior parte dei consumatori dichiara di essere preoccupata per la tutela della propria privacy online, ma una quota significativa continua ad accettare condizioni di utilizzo senza leggerle, privilegiando la rapidità rispetto alla consapevolezza. È il paradosso della società digitale: attribuiamo grande valore alla nostra riservatezza, ma spesso rinunciamo a proteggerla per pochi secondi di comodità. Anche la normativa si è evoluta. Con l’entrata in vigore del Regolamento Generale sulla Protezione dei Dati (GDPR), l’Unione Europea ha rafforzato i diritti dei cittadini, imponendo alle organizzazioni obblighi più rigorosi nella raccolta e nel trattamento delle informazioni personali. Trasparenza, consenso informato e diritto alla cancellazione rappresentano oggi principi fondamentali della tutela della privacy. Tuttavia la legge, da sola, non basta. La sicurezza dipende anche dalle scelte individuali e dalla cultura digitale dei cittadini. Come osservava Stefano Rodotà, tra i maggiori giuristi italiani esperti di privacy, «la protezione dei dati personali è una condizione essenziale della libertà». Una frase che assume un significato ancora più profondo nell’epoca dell’intelligenza artificiale, dei big data e degli algoritmi predittivi. Ogni informazione raccolta può infatti essere utilizzata non soltanto per descrivere il presente, ma anche per prevedere comportamenti futuri, orientare consumi, influenzare decisioni e personalizzare messaggi commerciali o politici. Il valore dei dati personali, quindi, non dipende soltanto dalla quantità di informazioni raccolte, ma dalla loro capacità di raccontare la nostra vita con una precisione che spesso sorprende perfino noi stessi. Difendere la privacy non significa rinunciare alla tecnologia né vivere con diffidenza permanente. Significa comprendere che ogni autorizzazione concessa, ogni applicazione installata e ogni informazione condivisa contribuiscono a costruire un’identità digitale che possiede un valore economico e sociale enorme. Proprio come proteggeremmo il portafoglio o le chiavi di casa, dovremmo imparare a custodire con la stessa attenzione i nostri dati personali. Perché nell’economia del XXI secolo il bene più prezioso non è soltanto ciò che possediamo, ma ciò che racconta chi siamo. E forse la domanda più importante non è quanto valgano i nostri dati, ma se siamo davvero consapevoli del prezzo che paghiamo ogni volta che li cediamo con un semplice clic.
L’imagine allegata è stata creata con l’Intelligenza Artificiale.
