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Quando la paura più grande non è la morte, ma la solitudine

di Tiziana Mazzaglia

di Tiziana Mazzaglia

Ogni legge racconta la società in cui nasce. Alcune cambiano il nostro modo di vivere, altre ci costringono a interrogarci sul significato stesso della vita. L’approvazione della disciplina sul suicidio medicalmente assistito anche in Emilia-Romagna, terza regione italiana dopo Toscana e Sardegna a regolamentarne le procedure, apre inevitabilmente un confronto che va oltre la politica e il diritto. C’è chi parla di autodeterminazione, chi difende il valore della vita fino al suo termine naturale, chi richiama il diritto a non soffrire. Sono posizioni diverse, tutte degne di essere ascoltate. Ma mentre il dibattito si concentra sulla scelta del fine vita, mi chiedo se non stiamo trascurando una domanda ancora più profonda. Perché oggi così tante persone hanno paura del tempo che precede la morte? Non penso soltanto al dolore fisico. Penso alla perdita dell’autonomia, alla paura di diventare un peso per gli altri, ma soprattutto alla solitudine. Viviamo in una società che, paradossalmente, non è mai stata così connessa e allo stesso tempo così distante. Ogni giorno comunichiamo con decine di persone attraverso uno schermo, eppure aumentano coloro che vivono soli, che mangiano da soli, che affrontano la malattia da soli. Le cronache raccontano sempre più spesso di anziani trovati morti nel proprio appartamento dopo giorni, talvolta settimane, perché nessuno si era accorto della loro assenza. Sono notizie che restano sui giornali per poche ore, poi vengono dimenticate. Eppure descrivono una fragilità che riguarda tutti noi. La solitudine, però, non appartiene soltanto agli anziani. Esiste un fenomeno che negli ultimi anni ha assunto dimensioni sempre più rilevanti anche in Italia: quello degli hikikomori, giovani che si ritirano completamente dalla vita sociale, chiudendosi nella propria stanza per mesi o addirittura anni. Le loro storie sono diverse da quelle di chi affronta una malattia terminale, ma pongono una domanda simile: cosa sta accadendo ai nostri rapporti umani? Perché cresce il numero di persone che, per motivi diversi, finiscono per vivere isolate? Mi tornano alla mente le parole delle sorelle Kessler, che in un’intervista confessarono come la loro più grande paura non fosse la morte, ma la solitudine. Una frase che oggi sembra assumere un significato ancora più forte. Forse il vero timore non è morire. Forse è arrivare alla fine senza sentirsi più parte della vita degli altri. La Corte costituzionale, con la sentenza n. 242 del 2019, ha stabilito in casi molto specifici quando l’aiuto al suicidio non è punibile. Le Regioni stanno definendo le procedure per dare attuazione a quel principio. È un percorso giuridico complesso, che merita rispetto e approfondimento. Ma nessuna legge potrà mai sostituire una carezza, una visita, una telefonata, una presenza. La dignità di una persona non dipende soltanto dal diritto di scegliere. Dipende anche dalla possibilità di sentirsi ascoltata, accompagnata e amata. Forse il vero progresso non consiste soltanto nel garantire nuove libertà, ma nel costruire una società in cui nessuno arrivi a desiderare di affrontare da solo gli ultimi giorni della propria esistenza perché si sente dimenticato. Una comunità si misura dalla capacità di prendersi cura dei più fragili, non soltanto attraverso le leggi, ma attraverso relazioni autentiche. La domanda, allora, non è soltanto se una norma sia giusta o sbagliata. La domanda è questa: stiamo facendo abbastanza perché nessuno si senta solo? Perché una società senza relazioni rischia di diventare una società senza speranza. E quando viene meno la speranza, nessuna legge potrà mai colmare quel vuoto.

Il parere dell’esperto Prof. Avv. Michele Miccoli, autore insieme a Simonetta Vernocchi del volume “Hikikomori. Il nuovo male del secolo” ed. Lupetti, 2019:

Il Disagio Giovanile nell’Era Digitale: Un’Analisi del Silenzio Sociale

Nell’epoca contemporanea, caratterizzata da un incessante flusso di comunicazione e connessione, si assiste a un paradosso inquietante: i giovani, nonostante siano immersi in un mare di informazioni e interazioni virtuali, sembrano sempre più inclini a una forma di disagio e isolamento emotivo. Questo fenomeno, che merita una riflessione profonda, può essere attribuito a una serie di fattori che si intrecciano tra loro, generando una realtà complessa e, talvolta, angosciante.

L’Ascesa dei Social Media e il Paradosso della Comunicazione

Con l’avvento dei social media, le modalità di interazione tra i giovani sono radicalmente mutate. Le piattaforme digitali, come Instagram, Snapchat e TikTok, hanno trasformato il concetto di comunicazione, offrendo una vetrina attraverso la quale esprimere se stessi. Tuttavia, questa esternazione si traduce spesso in una superficialità dei rapporti. La comunicazione, anziché approfondirsi, tende a semplificarsi, riducendo le interazioni a messaggi brevi, emoticon e fotografie. La vera essenza del dialogo, con la sua ricchezza espressiva, sembra smarrirsi in questo contesto.

Il Silenzio Emotivo: Una Conseguenza del Confronto Sociale

Il costante confronto con le vite idealizzate degli altri crea un terreno fertile per il disagio giovanile. I giovani, esposti a immagini di felicità e successo, possono sviluppare sentimenti di inadeguatezza, ansia e depressione. Questo disagio si traduce in un ritiro comunicativo, dove il silenzio diventa una risposta a un mondo percepito come ostile e giudicante. La paura del giudizio altrui diventa paralizzante, portando a un isolamento che si manifesta nella difficoltà di esprimere i propri sentimenti e le proprie emozioni.

La Ricerca di Autenticità in un Mondo Virtuale

In questo contesto, emerge la questione dell’autenticità. Molti giovani si sentono costretti a conformarsi a standard irrealistici, perdendo di vista la propria identità. La comunicazione attraverso i social media, pur offrendo una piattaforma per esprimere se stessi, spesso non riflette la verità interiore. Questo disallineamento tra immagine e realtà contribuisce a un senso di alienazione. La mancanza di spazi sicuri per una comunicazione autentica e profonda porta a una crescente difficoltà nel dialogo faccia a faccia.

Verso una Riconnessione: L’Importanza del Dialogo Reale

È fondamentale riconoscere l’importanza del dialogo reale e della comunicazione autentica. Creare occasioni di incontro, dove i giovani possano esprimersi senza paura del giudizio, è essenziale per contrastare questo fenomeno. Le istituzioni, le famiglie e le comunità devono collaborare per sviluppare spazi di ascolto e supporto, dove il valore della comunicazione interpersonale possa essere riscoperto e valorizzato.

Il disagio dei ragazzi nell’era dei social media è un fenomeno complesso, radicato in una serie di dinamiche sociali ed emozionali. È imperativo avviare un dialogo aperto e sincero, capace di affrontare le difficoltà e promuovere una comunicazione autentica. Solo attraverso la riconnessione con se stessi e con gli altri sarà possibile alleviare il peso del silenzio e riscoprire la bellezza dell’interazione umana.

Prof. Avv. Michele Miccoli

 

L’immagine allegata è stata creata con l’Intelligenza Artificiale.

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