di Tiziana Mazzaglia
C’è una parola che in Sicilia non è mai neutra: “roba”. Non vuol dire soltanto proprietà, vuol dire permanenza; è la somma delle cose che si toccano e delle persone che non ci sono più ma continuano a stare nelle stanze, perché certi oggetti hanno la testardaggine della memoria, tengono insieme il filo dei giorni e lo passano di mano in mano, di padre in figlio, come si passano le chiavi di una casa che non è solo un tetto ma una storia. Verga, che la Sicilia l’ha ascoltata prima ancora di raccontarla, lo sapeva bene: nei Malavoglia la casa del nespolo non è un semplice edificio, è un punto fermo che misura il mondo, una radice che dà forma alla dignità e al destino, e quando quel punto fermo vacilla non crollano soltanto i conti o la fortuna, crolla l’ordine delle cose, come se il mare entrasse nel cortile e la vita diventasse acqua senza argini; e nello stesso tempo, in La roba, Verga ci mostra l’altra faccia della stessa parola, la febbre che divora Mazzarò, l’uomo che accumula per non precipitare e che davanti all’inevitabile grida, con una disperazione che fa paura proprio perché è umana, “Roba mia, vientene con me!”, come se il possesso potesse trattenere il tempo e strappare alla morte un lembo di terra, un confine, un appiglio. Ma il tempo non si lascia mettere in stalla e la terra, a volte, si muove: e allora la “roba” smette di essere un concetto e torna a essere carne, fango, polvere, porte chiuse in fretta, fotografie rimaste sul comò, armadi che non si riesce nemmeno a salutare. È per questo che quello che sta vivendo Niscemi brucia in un punto preciso dell’anima siciliana: perché non è soltanto cronaca, è un lessico familiare che improvvisamente si spezza; quando si parla di circa 1.500 persone evacuate, quando si sente dire che dentro una fascia di sicurezza di 150 metri sono stati allontanati 1.276 cittadini, pari a 500 nuclei familiari, e che per alcuni il ritorno non sarà possibile, non stiamo contando solo corpi spostati e case interdette, stiamo nominando vite interrotte, tavoli dove non si apparecchia, letti che restano senza sonno, quartieri che diventano un ricordo prima ancora di diventare un luogo; e quando si racconta che il fronte della frana corre per circa 4 chilometri, si capisce che non è una ferita piccola, è una frase lunga e cattiva scritta nella collina, una linea che divide il “prima” dal “dopo”. Persino le cifre più grandi, quelle che sembrano da geologia e non da paese, fanno tremare: si parla di un movimento di centinaia di milioni di metri cubi, messo a confronto perfino con il Vajont, e intanto lo Stato dichiara l’emergenza e stanzia fondi iniziali che, per quanto necessari, non possono comprare ciò che più manca a chi perde tutto, cioè la continuità, la sensazione di avere ancora una cornice in cui riconoscersi. E allora la solidarietà, se vuole essere vera, deve essere più di una parola gentile: deve sapere che qui una casa non è solo una casa, che un mobile non è solo legno, che una coperta non è solo stoffa; sono prove d’esistenza, sono archivi domestici, sono pezzi di genealogia. Aiutare Niscemi significa certo portare cose concrete, mettere in moto l’assistenza, sostenere chi deve ricominciare, ma significa anche una cura più sottile: restituire presenza, non lasciare che la perdita diventi invisibilità, far sentire a chi ha visto la propria “roba” scivolare via che la sua storia non è finita nel fango, che la comunità la ricorda e la tiene, perché se Verga ci insegna qualcosa, con la sua pietà senza ornamenti, è che la roba può essere radice o ossessione, può salvare o incatenare, ma quando la perdi capisci quanto eri fragile anche mentre credevi di essere al sicuro; e proprio per questo, quando la terra porta via i muri, l’unica cosa che non deve franare è il legame: il gesto di chi si avvicina, la mano che resta, la promessa che non diventi passerella, finché, un giorno, si potrà tornare a dire “casa” non come un vuoto, ma come una vita che rientra.
L’immagine allegata è stata creata con l’Intelligenza Artificiale.
