di Tiziana Mazzaglia
Quando nasce un bambino, tutti parlano di istinto, come se fosse una porta che si apre da sola. E in parte è vero: il corpo prepara la cura con una precisione commovente. Ma ridurre la genitorialità a istinto è un modo elegante per non raccontare la complessità: la cura non è solo chimica, è anche storia, contesto, fatica, sostegno. La psicologia dell’attaccamento ci ricorda che la relazione si costruisce in micro-momenti: risposte coerenti, sintonizzazione, riparazione dopo l’errore. Una madre non è “perfetta” quando non sbaglia, ma quando torna, quando riconosce, quando ricuce. E un padre, o un caregiver, non è un personaggio secondario: la cura è contagiosa, si apprende e si allena, e il corpo risponde alla presenza tanto quanto risponde alla biologia. L’ossitocina viene spesso citata in gravidanza, parto e allattamento, ma la bellezza più grande è che i sistemi della cura non appartengono a una sola figura: appartengono alla relazione (Carter, 1998). Il cinema ci mostra spesso questa verità nei racconti in cui la paternità è una scelta quotidiana, non un titolo, come in Kramer contro Kramer o in The Pursuit of Happyness, dove la presenza vale più della retorica. E la letteratura, quando è onesta, racconta anche l’ombra: la stanchezza, l’ambivalenza, il senso di inadeguatezza, che non smentiscono l’amore ma lo rendono umano. Forse l’istinto è la scintilla; la cura è il fuoco che va alimentato, e nessuno dovrebbe farlo da solo.
L’immagine allegata è stata creata con l’Intelligenza Artificiale.
