di Tiziana Mazzaglia
C’è un dolore silenzioso che attraversa il pianeta: quello della terra maltrattata. Campi sfruttati fino allo sfinimento, foreste bruciate, suoli che non trattengono più l’acqua e diventano polvere. Le Nazioni Unite parlano di una vera e propria emergenza: fino al 40% delle superfici terrestri risulta degradato, con conseguenze dirette sulla vita di miliardi di persone. Per reagire a questa crisi è stata lanciata la Decade delle Nazioni Unite per il Ripristino degli Ecosistemi, dal 2021 al 2030, con l’obiettivo di fermare e invertire il processo di degrado delle terre, dei boschi, delle coste. Non è solo un tema ecologico: è una questione sociale, economica, psicologica. Dove il suolo muore, aumentano povertà, migrazioni forzate, conflitti per l’acqua e il cibo. La psicologia ambientale mostra che il contatto con la natura migliora l’umore, riduce lo stress, favorisce relazioni più cooperative. Al contrario, vivere in paesaggi impoveriti genera senso di perdita e di impotenza. I contadini che vedono il proprio campo creparsi sotto il sole non perdono solo un raccolto: perdono una parte della propria identità. Nelle storie e nei film che raccontano la campagna – da “Novecento” di Bertolucci alle pagine di “Fontamara” – la terra è sempre un personaggio, non uno sfondo. Quando è fertile, gli esseri umani trovano un posto nel mondo; quando è ferita, si spezza un patto antico. La Giornata del Ripristino delle Terre ci invita a riscrivere questo patto. Rimettere alberi dove sono stati tagliati, lasciare respirare i campi, scegliere prodotti che non consumino suoli lontani dal nostro sguardo. Piccoli gesti, certo, ma ogni seme piantato è un atto di fiducia: la convinzione che la terra, se curata, sa ancora perdonarci.
L’immagine allegata è stata creata con l’Intelligenza Artificiale.
