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“L’algoritmo ti conosce meglio di tua madre?”

Una giornata qualunque dentro un feed

di Tiziana Mazzaglia

di Tiziana Mazzaglia

Apri l’app “solo per due minuti”. Il pollice scorre con un gesto antico come l’abitudine e moderno come un tic. Il feed ti accoglie come se avesse studiato i tuoi nervi uno per uno: un video che ti somiglia, una notizia che ti irrita al punto giusto, un volto che ti fa restare un secondo in più. Non ti propone ciò che ti serve. Ti propone ciò che ti trattiene. E allora torna in mente una domanda che il cinema ha reso una ferita elegante: “Che cos’è reale?” (The Matrix). Il punto non è che esista una “cospirazione” contro di te. Il punto è più semplice e più potente: esistono sistemi costruiti per imparare da te. E ciò che imparano non è la tua anima. È la tua attenzione. L’attenzione è la valuta più preziosa del nostro tempo: con l’attenzione si compra tempo, con il tempo si compra influenza. Quando dici “l’algoritmo mi conosce”, spesso intendi “mi capisce”. Ma l’algoritmo non capisce come una persona. Non conosce i tuoi silenzi, non vede la tua storia, non sa cosa ti ha formato. Fa un’altra cosa: prevede. Prevede cosa ti farà fermare, cosa ti farà reagire, cosa ti farà tornare domani. E questa previsione nasce da tracce minuscole: tempo di visione, like, commenti, pause, ricerche. Studi noti sulle tracce digitali mostrano che segnali anche semplici, aggregati, possono permettere inferenze su preferenze e tratti, perché i dati comportamentali diventano pattern. Non significa che ogni previsione sia infallibile. Significa che una parte di noi è traducibile in numeri, e ciò che è traducibile diventa orientabile in modo “soft”: non con un ordine, ma con una proposta ripetuta. La dinamica più sottile non è “mi cambiano idea” in un’ora. È “mi cambiano il clima emotivo” nel tempo. Ti fanno vedere più spesso ciò che ti accende: indignazione, paura, desiderio, nostalgia. Ti abituano a una certa temperatura. E quando la temperatura cambia, cambiano anche le scelte quotidiane: cosa leggi, come parli, di chi ti fidi, cosa giudichi. Non è un colpo di teatro: è un lento spostamento. La psicologia entra qui senza bisogno di paroloni: la mente ama le conferme. Cerchiamo contenuti che ci diano ragione, perché avere ragione è rassicurante. Il feed lo “impara” perché osserva: ogni volta che ti fermi su un contenuto che conferma la tua visione, aumentano le probabilità che te ne proponga un altro simile. La ripetizione diventa abitudine. L’abitudine diventa normalità. Non è un caso che molte indicazioni e advisory di enti che si occupano di salute mentale sottolineino l’importanza di pratiche sane, limiti che proteggano sonno e vita offline, e consapevolezza del design delle piattaforme (notifiche, raccomandazioni, confronto sociale). Non è un discorso moralista sul “telefonino cattivo”. È un discorso realistico su un ambiente che, se non lo governi, ti governa. E poi c’è la questione della bolla. La narrazione popolare dice: l’algoritmo ti chiude in una stanza e ti radicalizza. Le ricerche più recenti invitano spesso alla prudenza: gli effetti sulle opinioni possono essere limitati nel breve periodo, mentre è più evidente l’effetto sui consumi di contenuti e sull’esposizione ripetuta a certi frame emotivi. Detto narrativamente: non sei un burattino, ma nemmeno totalmente libero. Sei dentro una stanza con pareti mobili. Arrivati a metà, la domanda del titolo si trasforma. “Mi conosce meglio di mia madre?” Se per “conoscere” intendi amare, no. Ma se per “conoscere” intendi prevedere che cosa ti aggancia, allora spesso sì, almeno su certe leve. E qui la letteratura sulla sorveglianza offre la sua frase più tagliente: “Big Brother is watching you.” (George Orwell, 1984). Il punto non è vivere nel panico. Il punto è riprendere il volante. Non demonizzare lo schermo, ma cambiare postura: passare dalla passività all’intenzione. Tre antidoti pratici, senza eroismi. Primo: passa dal feed alla ricerca. Invece di consumare “Per te”, cerca attivamente un tema. Secondo: spezza l’autoplay. Ogni fine naturale è un’occasione di scelta; senza fine, non c’è scelta. Terzo: igiene del feed: “non mi interessa”, pulizia cronologia, unfollow, disiscrizioni. Aprire finestre. E poi, quando puoi, concediti silenzio. Perché il feed è bravissimo a riempire i vuoti, ma i vuoti sono lo spazio in cui capisci cosa desideri davvero. Per chiudere, serve un colpo secco e dolce insieme: non serve bruciare nulla per impoverire una vita culturale. Basta interrompere l’abitudine alla lettura, alla concentrazione, alla profondità. E Ray Bradbury lo dice con una chiarezza che sembra parlare anche di noi: “Non devi bruciare libri per distruggere una cultura. Basta far smettere la gente di leggerli.” (Ray Bradbury, Fahrenheit 451). Il modo più semplice per “bucare” l’algoritmo, a volte, è scegliere una pagina. E scegliere di restarci.

 

L’immagine allegata è stata creata con l’Intelligenza Artificiale.

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