di Tiziana Mazzaglia
Ogni volta che un professore entra in aula porta con sé un programma, una responsabilità, un ruolo pubblico, ma anche una fragilità di cui si parla troppo poco, perché la scuola italiana continua a chiedere ai docenti di educare, contenere, mediare, proteggere, sorreggere, ascoltare e talvolta perfino disinnescare tensioni crescenti, senza però garantire loro una tutela realmente proporzionata a ciò che accade dentro le classi, nei corridoi, nei cortili, nei momenti di passaggio e soprattutto in quegli spazi in cui non esistono testimoni imparziali, dove un insegnante si trova solo davanti a gruppi numerosi di studenti che spesso si spalleggiano, si coprono, minimizzano o ribaltano i fatti, e allora la domanda non è più soltanto se lo Stato abbia finalmente deciso di difendere i professori dalle aggressioni, ma se lo stia facendo davvero nel modo giusto. Negli ultimi mesi il tema è tornato al centro del dibattito pubblico con toni più duri e con misure che segnano un cambio di passo. La prima svolta normativa è arrivata con la Legge 1° ottobre 2024, n. 150, entrata in vigore con pubblicazione in Gazzetta Ufficiale il 16 ottobre 2024, che ha rafforzato la tutela dell’autorevolezza del personale scolastico e irrigidito anche il sistema disciplinare sul comportamento degli studenti. La norma ha introdotto un principio politico e culturale molto chiaro: la scuola non è più il luogo in cui tutto può essere derubricato a conflitto educativo o ragazzata, ma uno spazio istituzionale in cui l’aggressione a un docente o a un dirigente ha un peso pubblico, simbolico e giuridico maggiore. A questa prima stretta si è aggiunto il 30 aprile 2025 un ulteriore passaggio decisivo: il Consiglio dei Ministri, su proposta del Ministro dell’Istruzione e del Merito Giuseppe Valditara, ha approvato un disegno di legge specifico per rafforzare la protezione di docenti e dirigenti scolastici, prevedendo arresto in flagranza per chi cagiona lesioni al personale scolastico durante l’esercizio delle funzioni, inasprimento delle pene per violenza, minaccia e oltraggio e un impianto più severo per chi colpisce chi lavora nella scuola. La linea è stata poi ribadita pubblicamente il 15 dicembre 2025, nella Giornata nazionale di educazione e prevenzione contro la violenza nei confronti del personale scolastico, quando il Ministero ha ricordato anche l’introduzione di sanzioni pecuniarie da 500 a 10.000 euro a favore dell’istituzione scolastica per danno d’immagine conseguente ad aggressioni a docenti, dirigenti o personale ATA, con Valditara che ha usato una formula destinata a restare: chi aggredisce un lavoratore della scuola aggredisce lo Stato. Il giorno successivo, il 16 dicembre 2025, il MIM ha diffuso i dati di monitoraggio parlando di un calo significativo degli episodi di violenza: nell’anno scolastico 2024/2025 gli episodi complessivi risultavano 51 contro i 71 del 2023/2024, e da settembre 2025 erano stati registrati 4 episodi contro i 21 dello stesso periodo dell’anno precedente, numeri che il Ministero ha letto come il segnale di una inversione di tendenza. Sono dati importanti, e sarebbe ingiusto negarli, perché la deterrenza esiste e la sanzione penale, quando è chiara e visibile, può frenare una parte degli eccessi; ma un articolo serio non può fermarsi alla soddisfazione dei comunicati, perché il nodo vero è un altro: punire dopo non significa sempre proteggere prima. Le nuove misure, infatti, funzionano soprattutto quando l’aggressione è già avvenuta, quando il fatto è documentato, quando c’è una lesione, quando la scuola denuncia, quando la famiglia non nega, quando gli studenti non si chiudono a riccio intorno a una versione comune, e soprattutto quando esistono prove sufficienti. Ma la realtà di moltissime aule italiane è più opaca, più quotidiana, più difficile da verbalizzare. Ci sono spinte, minacce sussurrate, intimidazioni, lanci di oggetti, offese sistematiche, provocazioni filmate, accuse ribaltate, classi numerose in cui il docente è isolato e in cui, di fronte a un episodio, l’asimmetria tra una sola voce adulta e venti o trenta voci adolescenti può trasformarsi in una trappola. È qui che la politica della sola repressione mostra il suo limite: non basta promettere arresti in flagranza se quasi mai esiste una flagranza facilmente dimostrabile; non basta alzare le pene se la scena dell’episodio resta affidata a ricostruzioni parziali; non basta evocare l’autorevolezza se poi il docente, nel momento decisivo, è solo. Per questo la vera domanda è cosa serva davvero, oltre a ciò che è già stato previsto. La prima risposta, per quanto scomoda, riguarda i sistemi di documentazione e prevenzione. In molte scuole si evita persino di nominare il tema delle telecamere per paura di polemiche, privacy, costi e reazioni, ma la questione va affrontata con lucidità e senza ideologia. Nessuno chiede di trasformare le aule in luoghi militarizzati o di sorvegliare costantemente studenti e insegnanti, ma esistono spazi critici – corridoi, ingressi, aree comuni, scale, zone cieche, laboratori, accessi secondari – in cui sistemi di videosorveglianza regolati, proporzionati e conformi alla normativa privacy potrebbero costituire un forte deterrente e una garanzia probatoria. Più delicato è il discorso per le aule, ma anche qui, in presenza di classi ad alto rischio o di casi già segnalati, si potrebbe almeno aprire una riflessione su protocolli straordinari, temporanei, autorizzati e tracciati, con decisione collegiale e supervisione del dirigente, proprio per evitare che l’insegnante resti ostaggio della parola contro parola. La seconda risposta riguarda la presenza adulta. Non servono carabinieri fissi davanti alla lavagna, e l’idea di una scuola presidiata come un commissariato rischia di tradire la natura educativa dell’istituzione, ma servono presìdi reali: figure di supporto, educatori, mediatori, personale aggiuntivo nei plessi più critici, team di intervento rapido a livello territoriale, procedure che consentano a un docente di chiedere aiuto immediato senza lasciare la classe in balia di sé stessa. In alcune realtà sarebbe utile prevedere convenzioni strutturate con forze dell’ordine e polizia locale non per la repressione scenografica, ma per formazione, protocolli di emergenza, canali diretti, sopralluoghi periodici e interventi rapidi in casi ad alta tensione. La terza risposta è la tutela legale e psicologica del docente. Oggi troppi insegnanti, dopo un episodio grave, si ritrovano a dover scrivere relazioni, raccogliere prove, difendersi da contestazioni, affrontare genitori aggressivi e gestire il trauma quasi in solitudine. Servirebbe un fondo nazionale per l’assistenza legale immediata al personale scolastico vittima di aggressioni, con avvocati convenzionati e procedure standardizzate; servirebbe un protocollo sanitario e psicologico di presa in carico automatica; servirebbe l’obbligo per ogni istituto di attivare un percorso di tutela documentale, relazionale e clinica, senza lasciare tutto alla buona volontà del dirigente o del singolo collegio. La quarta risposta riguarda il numero degli studenti e la qualità della presenza didattica. Finché continueremo a parlare di autorevolezza senza affrontare il tema delle classi sovraffollate, continueremo a fingere. Una classe di trenta adolescenti, magari con situazioni familiari difficili, fragilità emotive, disturbi comportamentali o conflittualità pregresse, non è solo un problema didattico: può diventare un problema di sicurezza. Ridurre il numero degli alunni per classe nei contesti più complessi, rafforzare i docenti di potenziamento, garantire compresenze in fasce orarie sensibili, prevedere ore-cuscinetto per la gestione delle crisi: tutto questo sarebbe molto più utile di tanti slogan. E poi c’è un tema che nessuna legge penale risolve da sola: l’alleanza con le famiglie. Quando la famiglia nega a prescindere, attacca il docente, delegittima la scuola, giustifica l’eccesso e trasforma ogni richiamo in persecuzione, il messaggio che arriva ai ragazzi è devastante. Per questo le sanzioni dovrebbero essere accompagnate da percorsi obbligatori di responsabilizzazione familiare nei casi gravi, incontri formativi, mediazioni documentate e, nei casi reiterati, conseguenze concrete anche sul piano del rapporto scuola-famiglia. Le nuove misure, dunque, vanno applicate bene e subito, ma vanno anche rese operative con protocolli chiari: denuncia tempestiva, referto medico quando necessario, verbalizzazione immediata, conservazione delle prove digitali, attivazione del dirigente, segnalazione agli organi competenti, supporto al docente e comunicazione formale alla famiglia. Il rischio, altrimenti, è che le norme restino forti sulla carta e deboli nella prassi, come spesso accade nel sistema scolastico italiano. Ed è proprio qui che si apre la prospettiva più seria e più scomoda: la scuola del futuro non avrà bisogno solo di più sanzioni, ma di un modello integrato di prevenzione, protezione, tracciabilità e supporto. Più che una scuola punitiva, serve una scuola che non lasci solo l’adulto quando l’adulto viene messo all’angolo.
Per questo, in chiusura, vale la pena porre una domanda anche a ChatGPT, per allargare lo sguardo: le nuove misure introdotte bastano davvero a proteggere i professori dalle aggressioni?
ChatGPT: «Sono un segnale importante e necessario, perché ristabiliscono il principio che il docente non è un bersaglio disponibile e che l’aggressione a scuola ha un rilievo pubblico, ma da sole non bastano. La deterrenza funziona dopo il fatto, mentre la vera tutela deve agire prima e durante: servono procedure rapide, strumenti di documentazione, supporto legale e psicologico, classi meno affollate, presenza adulta aggiuntiva, formazione specifica per la gestione del conflitto, protocolli con i servizi territoriali e una riflessione seria, non ideologica, su sistemi di sicurezza compatibili con la dignità educativa. Una scuola sicura non è una scuola militarizzata: è una scuola in cui nessun insegnante deve scegliere tra insegnare e difendersi. Ed è forse questa la verità più urgente di tutte: il rispetto non si decreta soltanto con una pena, si costruisce con una cultura, si protegge con un sistema, si rende credibile con strumenti concreti, e finché un professore continuerà a entrare in aula sapendo che, se qualcosa accade, potrebbe restare solo contro molti, ogni riforma sarà utile ma non ancora sufficiente.»
L’immagine allegata è stata creata con l’Intelligenza Artificiale.
