di Tiziana Mazzaglia
«Che cos’è dunque il tempo? Se nessuno me lo chiede, lo so; se voglio spiegarlo a chi me lo chiede, non lo so più.» Con queste parole, scritte oltre millecinquecento anni fa, Sant’Agostino descriveva uno dei più grandi enigmi dell’esistenza umana. Il tempo è la dimensione che attraversa ogni nostra esperienza, eppure resta qualcosa di sfuggente. Lo misuriamo continuamente, ma raramente lo comprendiamo. Ci sono orologi che segnano le ore, i minuti, i secondi. E poi ci sono orologi che cercano di misurare qualcosa di molto più difficile: il tempo che resta all’umanità per correggere i propri errori. Sono due i simboli più noti di questo conto alla rovescia globale: il Doomsday Clock, l’Orologio dell’Apocalisse, e il Climate Clock, l’Orologio del Clima. Nati in epoche diverse e con finalità differenti, entrambi lanciano lo stesso messaggio: il tempo non è infinito. Il Doomsday Clock fu creato nel 1947 dal Bulletin of the Atomic Scientists, un gruppo di scienziati che comprendeva anche ricercatori coinvolti nel Progetto Manhattan. La sua immagine è semplice quanto inquietante: una lancetta che si avvicina alla mezzanotte, simbolo di una catastrofe globale. In origine il rischio considerato era esclusivamente quello nucleare. Con il passare degli anni, però, il suo significato si è ampliato fino a comprendere il cambiamento climatico, le crisi ambientali, le pandemie, le nuove tecnologie e l’instabilità geopolitica. Oggi quell’orologio segna appena 89 secondi dalla mezzanotte, la posizione più vicina alla catastrofe mai registrata dalla sua creazione. Un dato che non rappresenta una previsione della fine del mondo, ma una valutazione simbolica del livello di rischio globale. Diverso, ma ugualmente potente, è il Climate Clock. Installato per la prima volta a New York nel 2020, mostra il tempo stimato che rimane per limitare l’aumento della temperatura globale entro le soglie indicate dagli accordi internazionali sul clima. Il conto alla rovescia si basa sul cosiddetto carbon budget, la quantità di anidride carbonica che l’umanità può ancora emettere prima di rendere estremamente difficile il raggiungimento degli obiettivi climatici. Accanto al timer vengono visualizzati dati relativi alla produzione mondiale di energia pulita, a ricordare che esistono ancora margini di azione. Due orologi. Due linguaggi diversi. Un unico avvertimento. La loro forza non sta nella precisione matematica, ma nella capacità di trasformare numeri complessi in un’immagine comprensibile da tutti. Un conto alla rovescia. Una lancetta che avanza. Un tempo che diminuisce. Eppure il paradosso è proprio questo: viviamo circondati dagli orologi e non guardiamo più il tempo. Il filosofo Seneca, nelle sue Lettere a Lucilio, scriveva: «Non è vero che abbiamo poco tempo: la verità è che ne perdiamo molto». Una riflessione che sembra parlare direttamente alla nostra epoca. Scorriamo schermi, rincorriamo scadenze, programmiamo settimane e anni, ma raramente ci fermiamo a riflettere sul significato del tempo che passa. Non soltanto quello della nostra vita personale, ma anche quello collettivo. I due orologi ci ricordano che ogni scelta ha conseguenze che si accumulano nel tempo. Le guerre non iniziano all’improvviso. Le crisi climatiche non nascono in un giorno. I problemi diventano emergenze quando vengono ignorati troppo a lungo. Martin Heidegger sosteneva che l’essere umano è un essere consapevole della propria finitezza. È proprio la coscienza del limite a dare significato alle nostre decisioni. Senza il tempo, senza la consapevolezza che qualcosa può finire, probabilmente non esisterebbe nemmeno il senso della responsabilità. Forse il vero messaggio del Doomsday Clock e del Climate Clock non riguarda la paura della fine del mondo. Riguarda piuttosto la responsabilità del presente. Perché il tempo non corre verso di noi. È già accanto a noi. Scorre in silenzio, secondo dopo secondo. E mentre le lancette avanzano, torna alla mente una frase attribuita a Eraclito: «Non ci si può bagnare due volte nello stesso fiume». Tutto scorre. Tutto cambia. Anche il tempo che crediamo di avere davanti. La domanda, allora, non è quanto tempo resta. La domanda è quanto tempo siamo disposti a perdere prima di decidere di guardarlo davvero.
L’immagine allegata è stata creata con l’Intelligenza Artificiale.
