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Arresti contro i “tombaroli” e il mercato dei reperti

di Tiziana Mazzaglia

di Tiziana Mazzaglia

In Sicilia e Calabria la storia non è solo nei libri, è sotto i piedi, e proprio per questo è vulnerabile: basta una notte, un metal detector, una pala, e la memoria diventa merce; il 12 dicembre 2025 le autorità italiane hanno annunciato un’operazione contro i “tombaroli” con 34 arresti, circa 10.000 reperti sequestrati (tra cui 7.000 monete di antiche città greche di Sicilia, oltre a vasi, anelli, fibule e punte di freccia) e un valore stimato di circa 17 milioni di euro, con un dettaglio che sembra uscito da un romanzo di Sciascia ma è cronaca giudiziaria: un laboratorio clandestino nel Catanese per produrre falsi e monete finite anche in Germania, segno che il viaggio dei reperti non è mai “romantico”, è logistico, transnazionale, organizzato; e c’è un’altra scena, ancora più rivelatrice, quella del linguaggio in codice: “asparagi” e “finocchi” per parlare di reperti, “motosega” per dire “metal detector”, perché quando il traffico deve restare invisibile si traveste da quotidiano, da agricoltura, da chiacchiera, come se la normalità fosse la migliore maschera del crimine.   Qui il punto non è solo la legge violata, è la conoscenza spezzata: in archeologia il valore non è soltanto l’oggetto, è il contesto, e ogni scavo clandestino è una pagina strappata dal libro della terra, un buco che cancella informazioni su stratigrafia, datazioni, usi, relazioni; per questo la tutela non è “pignoleria”, è ecologia della memoria, e lo dice con una frase che ha il tono di una diagnosi il generale Antonio Petti, comandante del Comando Carabinieri TPC, quando avverte che si tratta di “territori as vast as the cultural heritage that lies under their ground”, cioè grandi quanto il patrimonio che custodiscono sotto il suolo.   Il mercato, poi, è la seconda metà della storia, quella che rende il furto conveniente: i reperti non si vendono solo in oscuri retrobottega, ma passano per intermediari, aste, canali digitali, annunci, gruppi, chat, con un lessico che prova a ripulire la coscienza insieme al prezzo, e qui la sociologia e la criminologia dicono una cosa scomoda: la domanda crea l’offerta, e molti acquirenti costruiscono narrazioni di “salvataggio” o “amore per l’arte” per legittimare l’oggetto senza provenienza, una forma di autoassoluzione elegante che la ricerca sui collezionisti descrive come discorso di “higher loyalties”, lealtà superiori, in cui il possesso viene raccontato come missione culturale e non come tassello di un mercato criminogeno.   Dal punto di vista psicologico, il reperto rubato agisce come un feticcio di identità e status: promette unicità, appartenenza a una cerchia, l’illusione di “toccare” il passato saltando le regole, e funziona perché la mente umana ama le scorciatoie narrative—“l’ho trovato”, “l’ho salvato”, “altrimenti sarebbe rimasto sottoterra”—ma quella stessa scorciatoia, nella realtà, alimenta reti che possono avere appoggi mafiosi, come hanno segnalato i procuratori in Calabria parlando di consenso implicito della ’ndrangheta, cioè l’ombra lunga dell’economia criminale che entra anche nel terreno sacro dei reperti.   In questo scenario il lavoro del Nucleo/Comando Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale non è solo recupero “a posteriori”, è un’azione continua fatta di banche dati, controlli, cooperazione internazionale e contrasto ai falsi, e i numeri aiutano a capirne la scala: nel bilancio 2024 del Comando TPC si parla di 80.437 beni recuperati complessivamente, con una quota enorme di beni archeologici (44.308), segno che l’archeologia resta uno dei fronti più battuti e più redditizi per chi scava dove non dovrebbe.   E se guardiamo più in alto, all’Europa, Europol insiste sul fatto che il traffico illecito di beni culturali è un fenomeno organizzato e transfrontaliero, e operazioni internazionali recenti hanno portato a decine di arresti e al sequestro di decine di migliaia di oggetti culturali, un promemoria che il patrimonio non è solo “italiano” o “greco” o “siriano”: è umano, e proprio per questo fa gola.   La parte etica, allora, è una domanda semplice: che cosa compriamo davvero quando compriamo un reperto senza storia? Compriamo bellezza, sì, ma spesso compriamo anche silenziamento del contesto, incentivo allo scavo clandestino, normalizzazione della violenza contro la memoria collettiva; e la risposta migliore non è moralismo, è trasparenza: provenienze verificabili, controlli seri sulle piattaforme, educazione al valore del contesto, e il racconto pubblico del lavoro di chi recupera e restituisce, perché un reperto salvato non torna solo in un museo, torna nella possibilità di capire chi eravamo senza rubare a noi stessi il diritto di saperlo.  

 

L’immagine allegata è stata creata dall’Intelligenza Artificiale.

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