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Scuola, si ricomincia. Ma possiamo ancora permetterci classi con quasi 30 ragazzi?

di Tiziana Mazzaglia

di Tiziana Mazzaglia

Tra pochi giorni tornerà a suonare la campanella e, insieme agli studenti, nelle aule rientreranno tutte le questioni che la scuola italiana si trascina da anni, alcune antiche, altre rese più urgenti dalle trasformazioni sociali che attraversano il mondo degli adolescenti. Dopo un anno scolastico concluso anche con episodi di aggressività e violenza che hanno coinvolto studenti e, in alcuni casi, personale scolastico, sarebbe riduttivo limitarsi a discutere di sanzioni, controlli o provvedimenti disciplinari senza interrogarsi anche sulle condizioni concrete nelle quali ragazzi e insegnanti trascorrono ogni giorno molte ore della loro vita. Una domanda, allora, merita di essere posta senza pregiudizi: possiamo continuare a considerare normale la presenza di venticinque, ventisette, ventotto studenti nella stessa aula, con classi che talvolta arrivano a sfiorare o raggiungere le trenta unità? Per anni abbiamo utilizzato un’espressione ormai entrata stabilmente nel lessico della scuola: “classi pollaio”. Non si tratta di una definizione giuridica e non esiste, nell’ordinamento scolastico italiano, una categoria amministrativa che porti questo nome. È piuttosto un’espressione giornalistica, sindacale e politica, nata per rappresentare in maniera immediata la condizione di quelle aule nelle quali viene concentrato un numero ritenuto eccessivo di studenti. Anche Treccani ha registrato “classe pollaio” tra i neologismi della lingua italiana, riferendosi proprio a un’aula nella quale gli alunni risultano stipati in numero eccessivo. L’espressione si è diffusa soprattutto dalla fine degli anni Duemila, negli stessi anni in cui il dibattito sulla razionalizzazione della rete scolastica, sugli organici e sulla formazione delle classi acquistava una crescente centralità. Occorre tuttavia chiarire un equivoco che spesso ritorna nel dibattito pubblico: le cosiddette classi pollaio non sono mai state abolite per legge in quanto tali, anche perché la normativa non stabilisce una soglia oltre la quale una classe acquisisca formalmente questa denominazione. Esistono invece parametri numerici per la formazione delle classi e, nella scuola secondaria di secondo grado, questi possono ancora condurre alla costituzione di gruppi molto numerosi. È quindi più corretto domandarsi non perché le “classi pollaio” siano sopravvissute a un ipotetico divieto, ma perché, dopo tanti anni di discussioni sull’inclusione, sulla personalizzazione della didattica e sul benessere scolastico, continuiamo a ritenere compatibile con questi obiettivi la presenza di quasi trenta adolescenti nella stessa aula. Il problema, del resto, non può essere ridotto alla semplice disponibilità di banchi o ai metri quadrati sufficienti per rispettare i requisiti edilizi. Una classe è una comunità umana, forse la prima vera comunità nella quale un adolescente è chiamato quotidianamente a confrontarsi con persone che non ha scelto. Per cinque o sei ore al giorno ragazzi molto diversi tra loro condividono uno spazio ristretto, regole, attese, frustrazioni, entusiasmi, rivalità, amicizie e conflitti. Ed è proprio dentro questa convivenza obbligata che la scuola dovrebbe insegnare qualcosa che nessun programma disciplinare può esaurire: il rispetto dell’altro, la capacità di tollerare un limite, di sostenere una contrarietà, di accettare una sconfitta e di riconoscere l’esistenza di punti di vista differenti dal proprio. Paolo Crepet ha più volte richiamato questa funzione profonda della scuola. In un’intervista dedicata proprio alla ripresa dell’anno scolastico ha affermato che a scuola si va certamente “per accrescere la propria formazione e la cultura, ma anche per le relazioni”. È una considerazione semplice soltanto in apparenza, perché ci ricorda che l’istituzione scolastica non è un luogo deputato esclusivamente alla trasmissione di conoscenze, ma uno dei principali ambienti nei quali un giovane impara a stare nel mondo insieme agli altri. Lo stesso Crepet, riflettendo sulle fragilità delle nuove generazioni, ha osservato che la scuola dovrebbe educare anche ad affrontare le difficoltà e le delusioni e ha parlato della necessità di restituire ai giovani “parole, conflitti sani, visioni che appassionino”. Proprio l’espressione “conflitti sani” merita attenzione. Educare non significa costruire un ambiente artificiale nel quale il conflitto scompaia, perché il conflitto appartiene inevitabilmente alle relazioni umane. Significa invece insegnare a riconoscerlo, attraversarlo e governarlo prima che degeneri nella sopraffazione, nell’umiliazione o nella violenza. Ed è qui che il numero degli studenti torna ad avere un significato che va ben oltre la statistica. Un insegnante che entra in una classe numerosa non ha davanti a sé soltanto ventotto nomi scritti su un registro elettronico, ma ventotto storie, livelli di apprendimento, sensibilità, caratteri e bisogni differenti. Deve insegnare la propria disciplina e, nello stesso momento, osservare ciò che accade tra i banchi, comprendere chi si sta isolando, individuare una tensione che sta crescendo, sostenere chi fatica, coinvolgere chi si distrae, contenere chi provoca e garantire a tutti la possibilità di seguire la lezione. In alcuni istituti professionali questa complessità può risultare ancora più evidente. Esistono classi composte quasi esclusivamente da ragazzi e altre nelle quali convivono studenti provenienti da famiglie, culture e percorsi migratori molto differenti. La presenza di nazionalità diverse non rappresenta naturalmente un elemento di rischio e non può essere associata, neppure indirettamente, all’aggressività. Al contrario, una scuola capace di fare incontrare persone con esperienze differenti rappresenta uno dei luoghi più importanti di integrazione che una società possieda. Proprio per questo, però, non possiamo fingere che l’integrazione si realizzi semplicemente collocando molte persone nella stessa stanza. Convivere richiede conoscenza reciproca, possibilità di esprimersi, comprensione linguistica, riconoscimento delle regole comuni e presenza di adulti capaci di mediare. Tutto questo ha bisogno soprattutto di tempo, una risorsa che diventa inevitabilmente più scarsa quando l’insegnante deve distribuirla tra quasi trenta studenti. Crepet ha posto più volte proprio il tema dell’ascolto al centro della riflessione sugli adolescenti. Già molti anni fa, parlando della scuola come luogo di prevenzione del disagio, affermava che essa è “un grande luogo di ascolto di un adolescente” e che un ragazzo che si sentisse maggiormente partecipe e ascoltato potrebbe vivere meglio la propria esperienza scolastica. È difficile non domandarsi quanto ascolto individuale sia concretamente possibile quando una classe raggiunge dimensioni che impongono al docente di dedicare gran parte delle proprie energie semplicemente alla gestione quotidiana del gruppo. Naturalmente sarebbe intellettualmente scorretto stabilire un rapporto automatico tra numero degli studenti e violenza. Una classe di quattordici ragazzi può essere estremamente problematica, mentre una di venticinque può funzionare in maniera eccellente. Le dinamiche adolescenziali dipendono da molte variabili: dalle famiglie, dal contesto sociale, dalla storia personale degli studenti, dalla qualità delle relazioni tra adulti e ragazzi, dalle risorse della scuola e dalla capacità del gruppo di costruire un equilibrio positivo. Ridurre il numero degli alunni non cancellerebbe il bullismo né impedirebbe ogni episodio di aggressività. Ma potrebbe creare condizioni più favorevoli perché i segnali di disagio vengano riconosciuti prima e perché l’educazione non sia costretta a intervenire soltanto quando il problema è già esploso. Crepet, intervenendo ancora nel 2026 sul rapporto tra scuola e nuove generazioni, ha insistito sulla necessità di restituire ai ragazzi il tempo per imparare a pensare, contrapponendo questa esigenza alla rapidità, all’omologazione e alla pressione che caratterizzano molta parte della loro esperienza contemporanea. Anche questo richiama una questione concreta: il tempo educativo non è una nozione astratta. È il tempo che un insegnante può dedicare a una domanda, a un colloquio, a un errore, a una spiegazione individuale; è la possibilità di accorgersi che dietro un comportamento provocatorio esiste una difficoltà oppure che il silenzio di uno studente nasconde qualcosa che meriterebbe attenzione. A questa riflessione se ne aggiunge oggi un’altra, forse ancora più significativa, perché riguarda il futuro stesso dell’organizzazione scolastica italiana. Il progressivo calo della popolazione studentesca, conseguenza della crisi demografica del Paese, viene frequentemente interpretato come la premessa per una riduzione delle classi e, conseguentemente, degli organici. Ma è davvero questa l’unica strada possibile? La diminuzione degli studenti potrebbe rappresentare, al contrario, un’occasione storica per affrontare finalmente una questione della quale discutiamo da oltre quindici anni. Se nelle scuole entreranno progressivamente meno ragazzi, anziché trasformare automaticamente questa diminuzione in meno sezioni e meno personale, si potrebbe scegliere di mantenere una parte degli organici e ridurre il numero medio degli studenti per classe. Meno studenti non dovrebbe necessariamente significare meno scuola. Potrebbe significare una scuola nella quale ogni docente abbia maggiori possibilità di conoscere i propri alunni, nella quale il recupero non avvenga soltanto quando una difficoltà è ormai evidente, nella quale l’inclusione non sia affidata alle buone intenzioni e nella quale la gestione delle relazioni possa tornare a essere una parte sostanziale dell’esperienza educativa. Naturalmente dividere una classe di ventotto studenti in due gruppi non sarebbe un intervento privo di conseguenze economiche. Occorrerebbero più docenti, maggiore personale scolastico, un numero adeguato di aule e una programmazione edilizia coerente. Sarebbe dunque necessario investire risorse. Ma parlare di istruzione come di un investimento significa precisamente questo: scegliere di impiegare risorse oggi per ottenere benefici sociali, culturali ed economici che emergeranno negli anni successivi. Una politica di riduzione delle dimensioni delle classi avrebbe inoltre un effetto sul lavoro, perché mantenere un numero maggiore di sezioni richiederebbe più insegnanti e, in diversi casi, più personale ATA. Il calo demografico potrebbe quindi essere affrontato non esclusivamente attraverso una contrazione dell’occupazione scolastica, ma trasformandolo almeno in parte nell’opportunità di migliorare le condizioni nelle quali si insegna e si apprende. La questione, in definitiva, non dovrebbe essere formulata chiedendoci quanti ragazzi sia materialmente possibile collocare all’interno di un’aula, ma quale numero consenta realmente di costruire quella relazione educativa che continuiamo a indicare come uno dei fondamenti della scuola. Se chiediamo agli insegnanti di individuare il disagio, prevenire il bullismo, favorire l’integrazione, sostenere le fragilità, valorizzare le eccellenze, educare alla cittadinanza e contemporaneamente garantire una preparazione disciplinare solida, allora il numero degli studenti presenti in aula non può essere considerato una variabile puramente amministrativa. Dopo ogni episodio grave che coinvolge degli adolescenti ci interroghiamo su ciò che non ha funzionato, chiedendoci quali segnali siano stati ignorati e quali interventi avrebbero potuto impedire che una tensione degenerasse. Forse sarebbe utile spostare lo sguardo un poco più indietro, verso la quotidianità apparentemente ordinaria nella quale quelle tensioni nascono e crescono. Crepet sostiene che la scuola debba tornare a essere esigente e capace di educare anche alla fatica, alla valutazione e alla sconfitta. Ma per poter essere realmente esigente una scuola deve anche poter conoscere coloro ai quali chiede impegno, responsabilità e rispetto delle regole. È difficile educare qualcuno che non si ha il tempo di ascoltare. Ed è forse da questa considerazione che dovrebbe ripartire la discussione sulle cosiddette “classi pollaio”. Non dalla ricerca di una soluzione semplicistica alla violenza giovanile, ma da una domanda molto più ampia sul modello di scuola che desideriamo costruire. Se la prevenzione significa intervenire prima che un disagio diventi emergenza, allora essa comincia anche nelle condizioni quotidiane nelle quali ragazzi e insegnanti sono chiamati a incontrarsi. E forse comincia proprio dal numero di persone che decidiamo di mettere, ogni mattina, dietro la stessa porta.

L’immagine allegata è stata creata con l’Intelligenza Artificiale.

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