di Tiziana Mazzaglia
Sicilia mia,
ti scrivo come si scrive a una madre antica e bellissima, di quelle che hanno imparato a sorridere, anche quando la vita stringe, e che per pudore chiamano “vento” ciò che a volte è stato tempesta. Ti scrivo guardandoti da lontano e sentendoti vicina, perché tu sei un’isola solo sulle mappe: nella memoria sei continente, sei passaggio, sei crocevia di destini. Sei una soglia del mondo. Una porta che si apre e si chiude da millenni, e ogni volta lascia entrare e uscire qualcosa: lingue, spezie, preghiere, musiche, dolore, luce. Hai avuto addosso gli occhi dei Greci, la misura delle colonne e dei teatri, l’amore per l’armonia che non cancella il caos ma gli dà forma. Hai conosciuto la parola araba, che sa di agrumi e acqua, di giardini pensati come paradisi possibili. Hai portato i Normanni e la loro pietra potente, la loro idea di costruire cattedrali come se fossero promesse. E poi Federico, che fece della tua lingua un laboratorio di futuro, perché anche la poesia, quando nasce, è una rivoluzione silenziosa. Sicilia, tu sei stata tante volte “terra di conquista” e quasi mai “terra ascoltata”. Ti hanno preso, ti hanno usato, ti hanno raccontato con frasi facili: a volte ti hanno ridotta a cartolina, a volte a pregiudizio. Ma tu sei più grande dei luoghi comuni, più complessa delle semplificazioni, più luminosa delle etichette. Hai conosciuto la forza che non fa rumore, quella delle mani. Mani che salano il mare con il lavoro, che impastano pane e fatica, che raccolgono limoni come se stessero raccogliendo sole. Mani che hanno ricucito case dopo la polvere e dopo l’acqua, dopo i crolli e i ritorni. Hai vissuto il terremoto come una ferita, e l’hai portato addosso come portano le cicatrici le persone dignitose: senza vergogna, con la schiena dritta. E quando ti hanno chiesto silenzio, tu hai partorito parole. Quando ti hanno chiesto rassegnazione, tu hai partorito coraggio. Ci sono stati uomini e donne che ti hanno guardata negli occhi e hanno scelto la parte più difficile: quella della giustizia. Hai conosciuto la paura, sì, ma anche l’antidoto alla paura: la comunità, il “noi” che resiste. E ci sono nomi che non sono solo nomi, ma promesse: Falcone e Borsellino, e con loro tutte le persone comuni che hanno avuto la forza di dire no, anche quando dire no sembrava un lusso pericoloso. Tu sei l’isola delle partenze, e chi parte porta con sé una scorta invisibile: un accento che non si perde, una nostalgia che sa di sale, la memoria di un cortile, di una domenica, di una luce che altrove non esiste. Ma sei anche l’isola dei ritorni, perché chi ti ha amata davvero, prima o poi, torna almeno con il pensiero. E in quel ritorno c’è un perdono, c’è una riconciliazione, c’è la consapevolezza che la radice non è una catena: è una forza. Sicilia, ti mando benedizioni, non quelle facili, ma quelle necessarie. Ti benedico le città e i paesi che tengono duro quando il vento alza la voce. Ti benedico le scuole, dove la speranza ha ancora un banco. Ti benedico le famiglie che si stringono quando manca tutto, e riescono ancora a lasciare una sedia in più. Ti benedico la tua bellezza, che non è ornamento: è responsabilità. Ti benedico il mare, che ti circonda come un destino, e ti chiedo di proteggerlo, perché in lui c’è la tua eternità. E ti mando anche la considerazione che troppe volte ti è mancata. Quella che non si esprime in frasi da cartolina, ma in rispetto vero: rispetto per la tua complessità, per la tua storia intrecciata, per la tua capacità di essere più culture insieme senza perdere te stessa. Rispetto per chi lavora in silenzio e non fa notizia. Rispetto per chi ricostruisce, per chi cura, per chi educa, per chi resta. Sicilia, non sei solo passato: sei futuro che chiede spazio. E se a volte ti hanno guardata come periferia, io ti guardo come cuore. Perché il cuore, spesso, è il luogo dove il mondo impara a battere di nuovo.
Con affetto e gratitudine,
Tiziana Mazzaglia, nata a Messina
L’immagine allegata è stata creata con l’Intelligenza Artificiale.
