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Ricordare l’olocausto

di Tiziana Mazzaglia

di Tiziana Mazzaglia

La memoria dell’Olocausto è un luogo interiore che non dovrebbe mai chiudere. Il 27 gennaio il mondo ricorda ufficialmente la liberazione di Auschwitz e tutte le vittime della Shoah, ma molte realtà dedicano più giornate a preparare questo appuntamento, per evitare che resti un rito distratto. Primo Levi scriveva: “Se comprendere è impossibile, conoscere è necessario”. Non possiamo entrare davvero nell’orrore delle camere a gas, ma possiamo ascoltare le voci dei sopravvissuti, leggere i loro libri, guardare i film che hanno tentato di restituire almeno un’ombra di quella verità: da “Schindler’s List” a “Il pianista”, fino alle opere italiane che hanno scelto la via dell’ironia tragica, come “La vita è bella”. La psicologia del trauma ci insegna che ciò che non viene narrato rischia di ripetersi in altre forme. È vero per le famiglie, è vero per i popoli. L’antisemitismo e i razzismi che ancora serpeggiano in Europa e nel mondo sono il segno di una memoria che non ha ancora messo radici profonde. La sociologia parla di “memoria collettiva”: un patrimonio di racconti e simboli che una comunità condivide per riconoscere ciò che considera intollerabile. Ricordare l’Olocausto significa quindi molto più che voltarsi indietro: è un atto politico e morale rivolto al presente. Ogni volta che un discorso d’odio circola sui social, che un gruppo viene ridotto a capro espiatorio, la storia ci bussa alla porta e ci chiede da che parte vogliamo stare. Le giornate dedicate alla memoria dell’Olocausto sono, in fondo, un grande esercizio di umanità: imparare a non abituarsi al male, a non ridurlo a cifra statistica, a riconoscere in ogni numero un volto, un nome, una vita intera interrotta troppo presto.

L’immagine allegata è stata creata con l’Intelligenza Artificiale.

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