di Tiziana Mazzaglia
Ci sono miti che non invecchiano mai. Non perché raccontino dèi immortali, ma perché continuano a raccontare noi. Apollo e Dafne appartengono a questa rara categoria. Sono passati più di duemila anni da quando la loro storia fu narrata, eppure basta chiudere gli occhi per ritrovarli nelle nostre città, nei nostri incontri, nelle nostre relazioni. Cambiano gli abiti, cambiano le parole, ma la corsa continua. Apollo corre perché desidera. Dafne corre perché vuole restare libera. In mezzo non c’è soltanto un inseguimento, ma l’incomprensione più antica del mondo: credere che amare significhi ottenere ciò che si desidera. Quante volte, ancora oggi, confondiamo l’intensità di un sentimento con il diritto di essere ricambiati? Quante volte pensiamo che la perseveranza possa cambiare il cuore di qualcuno? Apollo è convinto che il suo amore basti. Dafne sa che non è così. Sa che nessun sentimento, per quanto sincero, può cancellare la volontà di un’altra persona. Forse è questa la prima grande lezione del mito: l’amore non è una conquista. Non è una vetta da raggiungere, né una battaglia da vincere. È un incontro tra due libertà. Se una delle due manca, resta soltanto il desiderio di uno. Per questo la fuga di Dafne non è vigliaccheria. È il tentativo disperato di difendere la propria identità. È il rifiuto di diventare il sogno di qualcun altro a costo di smettere di essere sé stessa. E quando, pur di sottrarsi a quell’inseguimento, chiede di essere trasformata in un albero di alloro, il mito assume una forza che ancora oggi ci inquieta. Quante persone cambiano città, lavoro, abitudini o perfino carattere per sfuggire a relazioni che non rispettano i loro confini? Quante, pur di essere lasciate in pace, sentono di dover rinunciare a una parte della propria vita? Anche Apollo, però, ci somiglia più di quanto vorremmo ammettere. Chi non ha mai inseguito un sogno che non poteva realizzarsi? Chi non ha mai insistito un po’ troppo, convinto che il tempo avrebbe cambiato le cose? Il mito non lo dipinge come un mostro. Lo mostra come qualcuno incapace di accettare un limite. Ed è proprio qui che la storia parla anche a noi. Crescere significa imparare che non tutto ciò che desideriamo ci appartiene. Esistono porte che non devono essere forzate e silenzi che meritano rispetto. Quando Dafne diventa alloro, Apollo perde ciò che cercava. Potrebbe distruggere quell’albero per rabbia. Invece lo consacra. Decide che le sue foglie cingeranno il capo dei poeti, dei sapienti e dei vincitori. È un gesto straordinario, perché trasforma una sconfitta in un simbolo destinato a durare nei secoli. Forse è proprio questa la lezione più attuale del mito. Non sempre possiamo ottenere ciò che desideriamo. Ma possiamo decidere che cosa fare del dolore che nasce da quella mancanza. Possiamo trasformarlo in rancore oppure in qualcosa che continui a parlare di bellezza. Apollo e Dafne, allora, non ci chiedono di scegliere da che parte stare. Ci invitano a porci domande più profonde. Sappiamo amare senza possedere? Sappiamo dire di no senza sentirci colpevoli? Sappiamo accettare che ogni persona è libera perfino di non sceglierci? I Greci avevano compreso una verità che il nostro tempo continua a dimenticare: il contrario dell’amore non è il rifiuto. È il possesso. L’amore autentico, invece, è capace perfino di lasciare andare. Forse è per questo che l’alloro continua a essere il simbolo della gloria. Non ricorda la vittoria di Apollo. Ricorda il momento in cui un uomo comprese, troppo tardi, che non tutto ciò che si ama può essere trattenuto.
L’immagine allegata è stata creata con l’Intelligenza Artificiale.
