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Camilleri ci insegna ad amare i prof

di Tiziana Mazzaglia

di Tiziana Mazzaglia

Ci sono professori di cui, dopo molti anni, dimentichiamo persino il volto. E ce ne sono altri che continuano ad abitare la nostra memoria quando la scuola è ormai lontanissima, quando i voti non contano più e persino ciò che abbiamo imparato sui libri si è fatto confuso. Andrea Camilleri torna ai suoi anni da studente nel dialogo con il giornalista Marcello Sorgi, raccolto nel libro La testa ci fa dire. Dialogo con Andrea Camilleri, pubblicato da Sellerio nel 2000. È in quelle pagine che riaffiora anche la figura di Carlo Greca, il suo professore di filosofia al liceo, che Camilleri ricorda come un uomo di «intelligente severità», parlando anche di una «severità giusta». Non lo ricorda semplicemente perché gli insegnò una materia. Lo ricorda perché gli insegnò, soprattutto, un modo di stare davanti agli altri e davanti alle idee. Parole che sembrano quasi contraddirsi agli occhi di una scuola contemporanea nella quale severità e vicinanza allo studente vengono talvolta considerate opposte. E invece è proprio qui che il ricordo di Camilleri diventa interessante. La severità del professor Carlo Greca non sembra essere quella che umilia, ma quella che riconosce all’alunno la capacità di pensare. Nel ricordare gli anni della scuola vissuti durante il fascismo, Camilleri riferisce anche un episodio legato alle attività che gli studenti erano chiamati a svolgere nel clima politico e scolastico dell’epoca. Secondo il suo racconto, durante una lezione del sabato gli alunni dovevano presentare una relazione sugli avvenimenti politico-militari della settimana. Un suo compagno, Gaspare Giudice, trasformò quel compito in qualcosa di deliberatamente assurdo, costruendo un resoconto surreale nel quale comparivano Hitler, Mussolini e Chiang Kai-shek. È un episodio che ci arriva attraverso la memoria dello scrittore e che, proprio per questo, è più corretto leggere come una sua testimonianza personale che come la ricostruzione puntuale di una giornata di scuola. Nel racconto di Camilleri, il professor Greca ascolta fino alla fine. Non interrompe, non mette in scena la propria autorità, non cerca di mortificare il ragazzo davanti alla classe. Quando ha terminato, gli dice semplicemente: «Grazie, vada al posto». Poche parole. Eppure dentro quelle parole sembra esserci una lezione che supera la filosofia studiata sui manuali. Un professore può insegnare anche attraverso ciò che decide di non fare. Può esercitare la propria autorità senza trasformarla in potere sull’altro. Può capire un ragazzo senza necessariamente dichiararlo davanti a tutti. E soprattutto può lasciare che un adolescente sperimenti il pensiero, persino quando quel pensiero prende la strada dell’ironia e della provocazione. È forse questo uno degli insegnamenti più attuali che possiamo raccogliere dal racconto di Camilleri: un ragazzo non ricorda necessariamente il professore che gli ha fatto imparare più nozioni. Ricorda quello davanti al quale, almeno una volta, ha avuto la sensazione di essere considerato una persona capace di pensare. Camilleri stesso, diventato insegnante, avrebbe portato con sé qualcosa di questa concezione. In una conversazione pubblicata da Bompiani, parlando della propria esperienza di insegnamento all’Accademia e al Centro Sperimentale, spiegava di aver trasformato il rapporto maestro-allievo in qualcosa di «più paterno» e ricordava come alcuni ragazzi finissero per imparare «più per affetto». È una frase che può apparire provocatoria, soprattutto oggi, perché un insegnante deve conservare il proprio ruolo e i suoi confini. Ma il significato più profondo rimane: senza relazione, anche il sapere rischia di diventare soltanto qualcosa da memorizzare per un’interrogazione e dimenticare poco dopo. Nella stessa conversazione Camilleri non nasconde affatto di essere stato, a sua volta, uno studente difficile: «Sono stato veramente un pessimo studente», ammetteva con la sua consueta ironia, ricordando voti bassissimi, materie incomprensibili e improvvise risalite nell’ultimo trimestre. Ed è forse proprio questo particolare a rendere ancora più prezioso il suo racconto. Dietro quello studente irregolare, insofferente e tutt’altro che modello c’era il futuro scrittore che milioni di persone avrebbero letto. Il professore, però, non poteva saperlo. Nessun insegnante può sapere chi diventerà davvero il ragazzo che ha davanti. È questa una delle responsabilità più grandi della scuola: incontrare persone ancora incompiute. Un quattro in pagella fotografa una prestazione in un determinato momento; non può raccontare interamente un’intelligenza, un carattere, una vita. Tra gli insegnanti rimasti nella memoria di Camilleri compaiono proprio Carlo Greca, docente di filosofia, ed Emanuele Cassesa, docente di italiano. Anni dopo, quando fu lui a insegnare, Camilleri continuò a cercare negli studenti qualcosa che andasse oltre la semplice preparazione. Sempre nella conversazione pubblicata da Bompiani, spiegava di confrontare, per esempio, il proprio modo di leggere l’Amleto con quello dei suoi giovani allievi. Le loro idee erano per lui «sangue vivo». Conoscerle, anche senza necessariamente condividerle, aveva valore. E allora il rapporto tra alunno e professore raccontato da Camilleri sembra capovolgere un’immagine tradizionale della scuola: non c’è soltanto qualcuno che sa e qualcuno che deve imparare. Ci sono due generazioni che per alcune ore si incontrano. Una possiede esperienza e conoscenza, l’altra porta domande, intuizioni, contraddizioni e uno sguardo sul mondo che l’adulto non possiede più. Il professore insegna, naturalmente, ma se è disposto ad ascoltare può anche imparare. E forse il segreto di certi maestri è proprio questo. Non hanno bisogno di essere ricordati continuamente dai loro studenti. Fanno qualcosa di molto più difficile: lasciano dentro di loro un modo di guardare le cose. Poi gli anni passano, la classe scompare, i banchi vengono sostituiti, i libri finiscono in qualche scatolone. Ma può accadere che, molti decenni più tardi, un uomo diventato uno dei più grandi narratori italiani pronunci ancora il nome del suo vecchio professore. A quel punto comprendiamo che quella lezione, in qualche modo, non è mai finita.

L’immagine allegata è stata creata con l’Intelligenza Artificiale.

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