di Tiziana Mazzaglia
C’è stato un tempo in cui bastava l’ingresso di un professore in aula per capire immediatamente chi fosse l’adulto e quale ruolo ricoprisse. Non era soltanto una questione di giacca e cravatta, di tailleur o di grembiule. Era un insieme di codici. Il modo di parlare, la postura, il linguaggio, la distanza, persino quel “lei” che separava due persone senza necessariamente allontanarle. I miei genitori, nati nel 1934, appartengono a una generazione che ha conosciuto una scuola nella quale alla maestra si dava del lei e il professore delle superiori poteva rivolgersi ai propri studenti chiamandoli per cognome. Era una scuola certamente più rigida di quella contemporanea, a volte persino eccessivamente autoritaria, e sarebbe sbagliato idealizzarla. Ma possedeva qualcosa sulla quale forse oggi vale la pena tornare a riflettere: la riconoscibilità del ruolo del docente. Oggi molto è cambiato. Fortunatamente sono cambiate anche molte cose che dovevano cambiare: la scuola è diventata più attenta alla persona, alle fragilità, all’inclusione, al dialogo e alla necessità di costruire una relazione educativa che non sia fondata sulla paura. Ma nel passaggio dall’autoritarismo all’ascolto non rischiamo, qualche volta, di avere sacrificato anche una parte dell’autorevolezza? È una domanda che mi pongo anche perché nella scuola insegno e quindi questa trasformazione la osservo dall’interno. Vedo docenti, soprattutto giovani, entrare in classe vestiti esattamente come potrebbero vestirsi i loro studenti: jeans strappati, orecchini, anelli, abbigliamento estremamente informale. Non è naturalmente un paio di jeans a stabilire la preparazione di un insegnante e sarebbe superficiale giudicare la competenza professionale di una persona dalle scarpe che porta. Dietro certe scelte possono esserci inoltre stipendi non elevati, anni di precariato, trasferimenti, affitti da sostenere lontano da casa e vite professionali molto più faticose di quanto vengano raccontate. Eppure l’immagine non è completamente irrilevante quando si esercita una professione che vive anche di presenza, esempio e riconoscibilità. Lo comprendiamo perfettamente in altri contesti. Quando entriamo in uno studio medico o in un reparto ospedaliero e incontriamo un giovane medico, magari di pochi anni più grande di uno studente universitario, ci aspettiamo comunque che assuma immediatamente un comportamento professionale. Il linguaggio, il camice o la divisa, il modo di rivolgersi al paziente, la precisione dei gesti stabiliscono un confine. Non abbiamo bisogno che il medico assomigli a noi perché possa comprenderci. Al contrario, proprio la percezione della sua professionalità contribuisce alla fiducia che riponiamo in lui. Perché allora nella scuola la distanza professionale viene talvolta percepita quasi come qualcosa di negativo? Il problema, soprattutto, non riguarda l’abbigliamento. Riguarda ciò che l’abbigliamento può simbolicamente raccontare quando si accompagna alla progressiva scomparsa di altri confini. Per conquistare l’attenzione degli adolescenti utilizziamo il loro linguaggio, adottiamo espressioni colloquiali, scherziamo, cerchiamo complicità. È comprensibile: insegnare significa innanzitutto riuscire a raggiungere chi abbiamo davanti. Ma fino a che punto dobbiamo avvicinarci? Esiste un momento nel quale l’avvicinamento smette di essere uno strumento educativo e diventa confusione dei ruoli? Un professore può essere empatico senza essere un amico. Può ascoltare senza diventare un confidente. Può sorridere e scherzare senza rinunciare al proprio ruolo. Può conoscere il mondo degli adolescenti senza trasformarsi in uno di loro. Anzi, forse uno dei compiti dell’insegnante è precisamente quello opposto: mostrare ai giovani un mondo verso il quale stanno andando. I ragazzi non resteranno ragazzi per sempre. Dovranno affrontare università, colloqui di lavoro, ospedali, tribunali, uffici, aziende, istituzioni. Incontreranno persone alle quali non potranno rivolgersi come a un compagno di classe e situazioni nelle quali dovranno conoscere registri linguistici differenti, comprendere i ruoli, rispettare le distanze e presentare se stessi con professionalità. Anche questo è educare. Eppure, mentre chiediamo alla scuola di preparare i giovani alla vita adulta, negli ultimi decenni abbiamo progressivamente indebolito l’immagine pubblica di chi dovrebbe accompagnarli verso quella vita. Del docente si raccontano spesso le vacanze, i pomeriggi liberi, l’orario apparentemente breve. Molto meno frequentemente si raccontano le ore trascorse a preparare lezioni e materiali, correggere verifiche ed elaborati, compilare documentazione, partecipare a consigli di classe, collegi, dipartimenti, corsi di formazione e incontri con le famiglie. Se la settimana scolastica viene organizzata su cinque giorni, inoltre, una parte delle attività collegiali e organizzative inevitabilmente occupa i pomeriggi. E l’estate dell’insegnante non coincide semplicemente con tre mesi di ferie. La perdita di prestigio sociale del docente, quindi, non può essere attribuita soltanto ai docenti. Esiste una responsabilità culturale collettiva e anche il modo in cui l’informazione racconta la scuola contribuisce alla percezione della professione. Ma proprio perché l’autorevolezza viene continuamente messa in discussione dall’esterno, forse chi insegna dovrebbe interrogarsi ancora di più su ciò che può fare per custodirla dall’interno. Non si tratta di restaurare la scuola degli anni Cinquanta, né di imporre giacca, cravatta e tailleur. Quella scuola apparteneva a una società diversa e conteneva rigidità che nessuno dovrebbe rimpiangere. Si tratta invece di recuperare il significato che quei codici cercavano di rappresentare: sono qui come professionista, ho studiato per insegnarti qualcosa, ho una responsabilità nei tuoi confronti e proprio per questo tra me e te esiste un confine. Un confine non è necessariamente un muro. Può essere una linea che permette a due persone di sapere dove si trovano. Forse dovremmo allora domandarci se, nel tentativo di rendere la scuola più vicina ai ragazzi, non l’abbiamo resa qualche volta troppo simile a loro. Perché educare non significa soltanto raggiungere un giovane nel luogo in cui si trova. Significa anche indicargli il luogo verso il quale può crescere. E il professore, prima ancora delle nozioni che insegna, rappresenta davanti a lui uno dei primi modelli quotidiani di adulto e di professionista. L’autorevolezza non nasce da una cravatta e non scompare con un paio di jeans. Ma nasce anche dalla consapevolezza di rappresentare un ruolo. E forse la domanda dalla quale ripartire non è se il professore debba tornare a vestirsi come settant’anni fa, ma se debba tornare a sentirsi, e a essere riconosciuto, pienamente come un professionista.
L’immagine allegata è stata creata con l’Intelligenza Artificiale.
