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Un caffé con bau

di Tiziana Mazzaglia

di Tiziana Mazzaglia

In Cina sta emergendo un trend singolare noto come “Zhengmaotiaoqian”, che si traduce con “guadagnare snack money”: animali domestici, cani e gatti, inviati nei pet café per trascorrere parte della giornata “lavorando” come intrattenitori. Non è lavoro nel senso tradizionale, ma diventa un modo per socializzare, ottenere attenzioni e snack, mentre i proprietari usufruiscono dell’esperienza pet‑friendly. Un caso emblematico è quello di OK, un Samoyed di due anni, portato ogni tanto al café di Fuzhou da Jane Xue. Qui OK non resta a casa ma va al pet café come se avesse un “turno”: gioca con altri cani, interagisce con i clienti, e riceve cure, attenzioni, snack. Jane dice che «mandare OK al café è come mandare i figli a scuola», perché il cane non si sente solo e al tempo stesso fa qualcosa di diverso dal restare chiuso in casa. Nei locali che adottano questo modello si paga un biglietto d’ingresso che varia tra 30 e 60 yuan (circa 4‑9 dollari) oppure basta ordinare qualcosa, tipo un caffè, per accedere all’esperienza. I proprietari dei pet café spesso cercano “dipendenti animali” tramite annunci su social cinesi come Xiaohongshu: chi cerca un gatto o cane sano, socievole, ben disposto con le persone, che possa stare bene a interagire. In cambio, l’animale riceve snack ‒ a volte “uno al giorno” ‒ oppure speciali attenzioni, cibo gratis o sconti per gli amici del proprietario. Per esempio un gatto chiamato Datou (“grande testa”) è diventato virale perché “assunto” in un caffè: il suo compenso? Cinque lattine di cibo per gatti “dopo le tasse” ‒ una battuta scherzosa che però riflette l’umore della comunità che commenta queste iniziative. Questo fenomeno riflette anche fatti socioculturali: cresce in Cina il numero di animali domestici, al punto che secondo alcune previsioni entro breve saranno più numerosi dei bambini piccoli. Dietro queste storie dolci ci sono questioni etiche importanti. L’idea che un animale “lavori” per snack suona curiosa, ma:

– quanto stress può sopportare un cane o un gatto “in servizio” tra turni, interazioni con sconosciuti, rumore e altri animali?  

– viene garantito loro il riposo necessario, cure veterinarie, o una pausa dalle “ore di lavoro”?

– in che modo vengono prese le decisioni sull’uso dell’animale? Match con il carattere? Autonomia?

Inoltre, manca una regolamentazione chiara: non è un lavoro riconosciuto legalmente, non ci sono salari reali, non ci sono diritti come per gli umani. È più una moda, un trend virale che cattura like, attenzioni e curiosità, ma il confine tra intrattenimento e sfruttamento rischia di diventare sottile. I pet café che assumono “dipendenti animali” sono uno specchio di una società che cerca compagnia, estetica e novità, ma anche di un popolo che cambia rapporto con gli animali: non solo cuccioli da accudire, ma presenze sociali. Se questa pratica diventa solo un gesto carino, allora può anche essere benissimo: un modo per far star bene l’animale, per non lasciarlo solo, per renderlo felice. Ma se diventa routine forzata, se l’animale non ha scelta o diventa strumento di marketing, allora il prezzo che si paga è più alto di un like sui social.  

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