di Tiziana Mazzaglia
Ci sono libri che, quando li si rilegge da adulti, sembrano appartenere a un altro mondo. Non perché siano scritti male o abbiano perso valore, ma perché raccontano una società che fatichiamo a riconoscere. Piccole donne, il celebre romanzo di Louisa May Alcott pubblicato nel 1868, è uno di questi. Molti giovani lettori di oggi potrebbero considerarlo un libro lento, persino distante. Una casa piena di sorelle che condividono tutto, una madre sempre presente, un padre che, pur lontano a causa della guerra, rappresenta un saldo punto di riferimento morale, serate trascorse leggendo, cucendo, parlando e sostenendosi a vicenda. Una fotografia familiare che, per molti, sembra ormai appartenere più alla letteratura che alla realtà. Eppure la domanda da porsi forse è un’altra: è davvero Piccole donne a essere diventato vecchio oppure siamo noi ad aver smarrito qualcosa lungo il cammino? Negli ultimi decenni la famiglia italiana è cambiata profondamente. Le separazioni sono aumentate, sono cresciute le famiglie con un solo genitore, i figli sono sempre meno numerosi e l’invecchiamento della popolazione ha modificato profondamente i rapporti tra le generazioni. Secondo l’ISTAT, le trasformazioni demografiche e sociali hanno ridisegnato il modello familiare italiano, rendendolo molto diverso da quello raccontato dalla Alcott. Anche l’OCSE evidenzia come i giovani trascorrano meno tempo nelle relazioni faccia a faccia e sperimentino più frequentemente solitudine e isolamento sociale. In questo scenario il romanzo assume quasi il valore di un documento storico. Non perché proponga una famiglia perfetta – le sorelle March litigano, sbagliano, provano gelosia, rabbia e delusione – ma perché racconta una famiglia che educa. Marmee accompagna le figlie nella crescita dimostrando che educare significa soprattutto esserci. Il personaggio di Jo March continua a parlare ai lettori contemporanei con il suo desiderio di scrivere, essere indipendente e scegliere liberamente il proprio futuro. Una delle frasi più celebri del romanzo recita: «Non ho paura delle tempeste, perché sto imparando a governare la mia nave». Anche Paolo Crepet ricorda spesso che i figli hanno bisogno di adulti credibili prima ancora che perfetti, un pensiero che sembra dialogare con la famiglia March. Forse il vero motivo per cui oggi alcuni percepiscono questo classico come superato non riguarda il contenuto, ma il ritmo. Siamo abituati a immagini veloci, notifiche continue e rapporti frammentati, mentre la Alcott invita a rallentare, ascoltare e condividere il tempo. In un’epoca in cui si parla sempre più spesso di disagio giovanile, ansia e fragilità relazionali, Piccole donne non racconta semplicemente una famiglia che non esiste più. Ci ricorda piuttosto quanto siano ancora attuali il dialogo, l’ascolto, il sostegno reciproco e il senso di appartenenza. Forse non è il romanzo a essere invecchiato: siamo noi ad aver dimenticato il valore di quei piccoli gesti quotidiani che costruiscono una famiglia e, prima ancora, una comunità.
L’immagine allegata è stata creata con l’Intelligenza Artificiale.
