di Tiziana Mazzaglia
«Questa è l’ultima». Quante volte una persona che fuma pronuncia questa frase con la convinzione di mantenerla? E quante volte, invece, quella promessa si dissolve davanti alla sigaretta successiva? Molto prima che la psicologia descrivesse i meccanismi della dipendenza da nicotina, la letteratura aveva già intuito quanto fosse difficile liberarsi da un’abitudine che non riguarda soltanto il corpo, ma anche la mente. Nel suo capolavoro Il fu Mattia Pascal, Luigi Pirandello non scrive un trattato sul tabagismo. Eppure, tra le pagine del romanzo, lascia emergere un comportamento che oggi riconosciamo come tipico di ogni dipendenza: la convinzione di poter smettere quando si vuole, accompagnata dall’incapacità di farlo davvero. Mattia Pascal si promette più volte che quella sigaretta sarà l’ultima. Si tratta di una promessa sincera, ma destinata a essere infranta quasi subito. Non perché gli manchi l’intelligenza o la consapevolezza, bensì perché la volontà, da sola, spesso non basta. Pirandello sembra anticipare ciò che oggi la psicologia definisce come conflitto tra intenzione e comportamento. Il protagonista conosce i propri limiti, si osserva con lucidità e continua a ripetere gli stessi gesti. Sapere che qualcosa fa male non significa riuscire automaticamente a rinunciarvi. La sigaretta diventa così molto più di un semplice oggetto: è una pausa, una compagnia silenziosa, un rituale che accompagna i momenti di ansia, di attesa e di incertezza. Non è soltanto la nicotina a esercitare il suo potere, ma il significato che quel gesto assume nella vita quotidiana. Il fumo riempie i vuoti, scandisce il tempo e offre l’illusione di un controllo che, in realtà, sfugge continuamente. È sorprendente osservare come un romanzo pubblicato nel 1904 descriva dinamiche che oggi vengono spiegate attraverso le neuroscienze. Sappiamo che la dipendenza modifica i circuiti cerebrali della ricompensa, rafforza le abitudini e rende sempre più difficile interrompere comportamenti ripetuti nel tempo. Pirandello non poteva conoscere questi studi, ma aveva una profonda conoscenza dell’animo umano. Nel romanzo emerge anche un’altra riflessione di grande attualità. Mattia Pascal tenta di cambiare identità e di ricominciare da capo, ma scopre che cambiare nome, città o vita non basta. Le abitudini, le paure e le fragilità continuano ad accompagnarlo. È una lezione preziosa anche per comprendere le dipendenze: non si supera un comportamento semplicemente modificando l’ambiente esterno, ma affrontando ciò che accade dentro di sé. In questo senso, il fumo diventa una metafora dell’esistenza umana. L’uomo desidera essere libero, ma spesso resta prigioniero delle proprie consuetudini. Promette di cambiare, immagina un nuovo inizio, ma si scontra con quella parte di sé che resiste a ogni trasformazione. A distanza di oltre cent’anni, Il fu Mattia Pascal continua a parlare anche ai lettori del XXI secolo. Non offre ricette per smettere di fumare, ma invita a riflettere su una verità universale: le dipendenze non sono soltanto una questione di sostanze, bensì il risultato di un complesso intreccio tra emozioni, abitudini, bisogni e autoinganni. È proprio questa la forza della grande letteratura: riuscire a raccontare la mente umana molto prima che la scienza trovasse le parole per spiegarla.
L’immagine allegata è stata creata con l’Intelligenza Artificiale.
