di Tiziana Mazzaglia
Ci sono parole che i genitori pronunciano come si pronuncia una carezza: divertiti. È una consegna leggera, fiduciosa, perfino luminosa. Eppure, davanti alla tragedia di Crans-Montana, quella parola ritorna come una domanda: che cosa chiamiamo davvero “divertimento”? Che cosa stiamo consegnando ai nostri figli quando, senza accorgercene, confondiamo la festa con il consumo e la libertà con lo stordimento? La cronaca e le verifiche tecniche dovranno stabilire responsabilità, omissioni, negligenze e mancanze di sicurezza; ma accanto alle norme violate esiste un’altra soglia, invisibile e decisiva: quella educativa. Qui non serve distribuire sentenze, né fare processi sommari mentre le famiglie sono in ginocchio; serve pensare, con pudore e con verità. Divertirsi, se lo intendiamo in modo alto, non è perdersi nel rumore, non è anestetizzarsi nel branco, non è comprare per poche ore l’illusione di essere grandi. È piuttosto un modo di stare al mondo senza tradire se stessi: un respiro che non cancella la coscienza, una gioia che non pretende di essere pagata per esistere. E qui il nodo è delicato: un Capodanno in un locale può diventare, per molti minorenni, una liturgia rovesciata, in cui la felicità sembra avere un prezzo e la notte diventa un biglietto da esibire. Regalare denaro per “festeggiare” a ragazzi che non lavorano e non ne misurano il valore rischia di insegnare una sola cosa: che la gioia sia un diritto di consumo e che lo spreco sia un linguaggio sociale. Ma l’educazione è esattamente l’opposto: è imparare il valore delle cose, la misura, la responsabilità; è distinguere il piacere che consuma dalla gioia che costruisce. Se abituiamo i giovani a cercare pienezza solo fuori di sé – nel lusso, nel bicchiere, nell’eccesso – li consegniamo a una dipendenza travestita da libertà: l’obbligo di spendere per sentirsi vivi, l’obbligo di apparire per non sentirsi esclusi. E allora bisogna avere il coraggio di proporre un’altra idea di festa: non contro la musica, non contro la danza, non contro l’allegria, ma contro l’idolo del consumo che svuota le persone e rende fragili le coscienze. Ci si può divertire in tanti modi che educano: in un oratorio, dove si cucina, si pulisce e si serve a turno, imparando cooperazione e collaborazione; in una gara sportiva organizzata da loro stessi, dove disciplina e amicizia si tengono per mano; in un concerto ideato e realizzato dai ragazzi, dove ognuno offre la propria qualità e scopre che la bellezza nasce quando ci si mette in gioco. E si può trasformare una notte in un gesto: invitare chi è solo, usare risorse per offrire un posto caldo a chi non lo ha, togliere qualcuno dalla solitudine invece di aggiungere rumore al mondo. Ci si può “festeggiare” anche in una casa di riposo, imparando a donare un sorriso a chi porta sulle spalle un tempo lungo; si può stare accanto ai cani del canile, che tremano per i botti, scegliendo di spendere per proteggerli, per dar loro coperte e quiete. Il vero divertimento, quello che non chiede scuse il giorno dopo, è del cuore: è crescita personale, è dignità, è incontro. Se invece si cresce abituati a dover spendere in locali di lusso per bere e ballare, la festa diventa dipendenza, l’euforia diventa necessità, e la libertà si riduce a una catena dorata. Educare significa restituire ai giovani una gioia più alta: una gioia che non si misura in scontrini ma in legami, che non lascia macerie ma semina futuro, che non ha bisogno di un prezzo per avere valore. Solo così la parola “divertiti” tornerà ad essere ciò che dovrebbe: non un congedo distratto, ma una benedizione vigile, capace di dire con amore e con verità: divertiti, sì, ma da persona, non da consumatore della notte; divertiti, sì, ma restando vivo dentro.
L’immagine allegata è stata creata con l’Intelligenza Artificiale.
