di Tiziana Mazzaglia
Natale, la corsa che ci stanca (e ci svuota il portafoglio): vale davvero il gioco? C’è un momento, negli ultimi giorni prima di Natale, in cui la città sembra accelerare: file nei negozi, pacchetti all’ultimo minuto, la lista “parrucchiere–estetista–outfit trendy”, l’ansia di arrivare “presentabili” alle cene e ai brunch, la sensazione di dover essere all’altezza di un copione collettivo fatto di luci perfette e tavole perfette. E intanto la matematica, spietata: in Italia le tredicesime e i consumi di fine anno muovono cifre enormi e una parte consistente finisce proprio nel rito dello scambio-doni (Confcommercio stima circa 10,1 miliardi per le “strenne” e un aumento della quota di chi farà regali). A livello complessivo, si parla di decine di miliardi destinati ai consumi natalizi, con stime attorno ai 50 miliardi. Non sorprende che molte famiglie percepiscano la trappola: la spesa corre, spesso “mangiandosi” più di quanto avremmo voluto (anche quando sulla carta entra la tredicesima), e il rischio è ritrovarsi a gennaio con il portafoglio più leggero e la testa più pesante. Poi c’è l’ironia amara dei regali: quanti finiscono in un cassetto, doppi, fuori misura, “carini ma inutili”, simboli di un’affezione reale che però si traduce in oggetti sbagliati? A quel punto la domanda non è moralista, è pratica: se un regalo diventa stress, debito, fretta, e alla fine non piace neppure, non sarebbe più sensato convertire quella spesa in qualcosa che resta davvero—un’esperienza condivisa, un aiuto concreto, una visita medica rimandata, un corso, un piccolo viaggio, un fondo per le emergenze, o anche solo tempo sottratto alla frenesia? E mentre una parte del Paese corre, l’altra parte vive l’altra metà della medaglia: la solitudine che a Natale fa più rumore perché tutto, attorno, parla di famiglia e compagnia. I dati Istat raccontano un’Italia con molte famiglie composte da una sola persona, oltre un terzo in anni recenti, e con un’incidenza rilevante tra gli anziani. In quel contesto, i social e la tv possono diventare una vetrina crudele: non mostrano la complessità, ma una felicità selezionata, e il confronto sociale — quello “io non ho, io non sono”— può amplificare tristezza e senso di esclusione (la letteratura sul confronto sociale online è ampia e coerente su questo punto). Non è un caso che, in sondaggi recenti, una quota significativa di persone dica di aspettarsi più stress durante le feste: l’idea di “dover essere felici” può diventare pressione, non cura. Forse il punto, allora, non è abolire il Natale, ma disinnescarlo: budget deciso prima (e rispettato), regali concordati o “a lista” per evitare sprechi, un unico dono condiviso invece di cinque oggetti qualunque, un Secret Santa in famiglia, e soprattutto il diritto di dire no alla perfezione—perché l’affetto non è una vetrina e la dignità non dipende da un look o da una tavola instagrammabile. E se la solitudine è la ferita più grande, il gesto più natalizio non è comprare: è ricordarsi che esistono persone che hanno bisogno di una telefonata, di un invito semplice, di un’ora di presenza vera; perché le luci fuori non servono a niente se non illuminano anche ciò che teniamo dentro.
L’immagine allegata è stata creata con l’Intelligenza Artificiale.
