di Tiziana Mazzaglia
Tra pochi giorni le porte delle scuole torneranno ad aprirsi. Migliaia di ragazzi attraverseranno di nuovo corridoi, entreranno nelle aule, ritroveranno compagni e insegnanti. Ci saranno quaderni nuovi, orari da imparare, verifiche, interrogazioni, amicizie che ricominciano e altre che forse non saranno più le stesse. Ma insieme agli studenti, anche se non siedono materialmente tra i banchi, a scuola tornano ogni settembre due mondi adulti: la famiglia e l’istituzione scolastica. Ed è proprio nello spazio che separa e contemporaneamente unisce questi due mondi che oggi si gioca una delle sfide educative più difficili. Gli adolescenti crescono lungo un confine delicatissimo. Chiediamo loro autonomia, ma spesso anticipiamo ogni loro necessità. Pretendiamo responsabilità, ma qualche volta interveniamo per evitare loro le conseguenze di un errore. Diciamo che devono imparare a scegliere, mentre controlliamo voti, assenze, compiti e comunicazioni attraverso uno smartphone. E quando qualcosa non funziona può iniziare il gioco delle responsabilità: la famiglia guarda alla scuola, la scuola chiama in causa la famiglia, mentre nel mezzo rimane un ragazzo che deve ancora imparare che cosa significhi davvero diventare adulto. Paolo Crepet insiste da anni proprio su questo punto: educare significa accompagnare un giovane verso l’autonomia, non sostituirsi continuamente a lui. È una riflessione che diventa particolarmente importante quando si osserva il rapporto tra genitori, figli e scuola. Difendere un figlio è naturale. Un genitore deve ascoltarlo, proteggerlo quando subisce un’ingiustizia, chiedere spiegazioni quando qualcosa non è chiaro e pretendere che la sua dignità venga rispettata. Ma esiste un confine, sottile e difficile da riconoscere, oltre il quale la protezione rischia di trasformarsi in deresponsabilizzazione. Accade quando, davanti a un brutto voto, la prima domanda non è più “che cosa è successo?” ma “che cosa ha sbagliato l’insegnante?”; quando un richiamo viene interpretato automaticamente come un’offesa; quando una sanzione viene contestata prima ancora di chiedere al ragazzo quale comportamento l’abbia provocata; quando l’adulto interviene per rimuovere ogni ostacolo, ogni frustrazione, ogni conseguenza. In quel momento, forse senza volerlo, il messaggio che arriva all’adolescente può essere pericoloso: qualunque cosa accada, ci sarà sempre qualcuno pronto a trovare una responsabilità fuori da te. Eppure crescere significa anche scoprire che non sempre abbiamo ragione, che possiamo sbagliare, che una scelta produce conseguenze e che assumersi la responsabilità di ciò che si è fatto non equivale a essere condannati come persone. Anzi, proprio la possibilità di riconoscere un errore e ripartire rappresenta uno dei passaggi più importanti verso l’età adulta. Proteggere, dunque, non dovrebbe significare cancellare gli ostacoli. A volte significa restare accanto a un figlio mentre affronta la conseguenza di una propria scelta. Significa dirgli “sono con te” senza necessariamente aggiungere “hai ragione”. È probabilmente una delle forme più difficili dell’essere genitori, perché richiede di tollerare anche la frustrazione dei figli senza precipitarsi immediatamente a eliminarla. La scuola, dall’altra parte, deve interrogarsi sulla propria capacità di esercitare autorevolezza senza trasformarla in autoritarismo, di spiegare le regole, di rendere comprensibili le sanzioni e di mantenere aperto il dialogo con le famiglie. Un’alleanza educativa non significa che genitori e insegnanti debbano essere sempre d’accordo. Significa piuttosto che il ragazzo non dovrebbe trovarsi davanti due mondi adulti impegnati a delegittimarsi reciprocamente. I numeri raccontano quanto sia complesso il contesto nel quale stanno crescendo i nostri ragazzi. Secondo l’indagine Istat sui giovani tra gli 11 e i 19 anni, nel 2023 il 68,5% ha sperimentato almeno un comportamento offensivo, aggressivo, diffamatorio o di esclusione, online oppure offline. Per il 21% questi episodi si sono ripetuti più volte al mese e per circa l’8% almeno una volta alla settimana. Il 34% ha dichiarato di avere subito qualche forma di vessazione online. Dietro queste percentuali ci sono ragazzi reali. Ci sono la parola scritta in una chat, la fotografia inoltrata senza pensare, l’esclusione dal gruppo, l’insulto pronunciato davanti ai compagni, il video girato con il cellulare. Comportamenti che agli occhi di un adolescente possono sembrare uno scherzo o una bravata e che, invece, possono produrre conseguenze profonde per chi li subisce e, in alcuni casi, superare il semplice terreno della disciplina scolastica. I dati descrivono anche una fragilità meno visibile: soltanto il 41,3% degli 11-19enni guarda al futuro con curiosità e fiducia, mentre quasi un terzo lo osserva con timore. È forse da qui che dovremmo ripartire all’inizio di un nuovo anno scolastico. Non soltanto dai programmi da completare, dai voti, dalle circolari o dalle regole, ma dalla domanda su quali adulti vogliamo essere davanti a questa generazione. Crepet richiama spesso il valore di un’educazione capace di far emergere il talento e di condurre verso l’autonomia. Educare, allora, non può significare soltanto proteggere. Significa anche permettere di sbagliare, porre limiti, chiedere impegno, riconoscere le conseguenze delle proprie azioni e soprattutto distinguere l’errore dalla persona che lo ha commesso. Qui scuola e famiglia hanno responsabilità diverse, che non dovrebbero trasformarsi in una competizione. Un insegnante non può sostituire un genitore e un genitore non dovrebbe sostituirsi all’insegnante. La scuola deve poter educare anche attraverso una regola, un richiamo, una valutazione e, quando necessario, una sanzione educativa. La famiglia dovrebbe rappresentare il luogo nel quale il ragazzo sa di essere amato senza che questo significhi necessariamente essere giustificato. C’è però un altro confine che gli adolescenti devono imparare a conoscere. Non tutto ciò che viene definito una “bravata” rimane necessariamente tale. Un insulto ripetuto, una minaccia, un’aggressione, la diffusione di un’immagine senza il consenso della persona ritratta, l’umiliazione di un compagno filmata e condivisa, ciò che viene scritto o rilanciato in una chat: sono azioni che possono avere conseguenze molto più serie di quanto un ragazzo immagini nel momento in cui preme il tasto “invia”. Non occorre trasformare ogni classe in un tribunale né affrontare l’adolescenza attraverso la paura del diritto. Occorre, però, insegnare che il mondo digitale non è un territorio senza regole e che dietro ogni profilo, fotografia e messaggio esiste una persona reale. La velocità dello smartphone ha modificato anche il tempo dell’errore. Una frase pronunciata un tempo poteva rimanere confinata tra poche persone; oggi un gesto può essere registrato, condiviso e moltiplicato in pochi minuti. Un adolescente può compiere un’azione impulsiva in pochi secondi e scoprirne soltanto dopo la portata. Per questo la responsabilità non dovrebbe essere spiegata quando qualcosa è già accaduto. Dovrebbe essere parte dell’educazione quotidiana, a casa come a scuola. E qui ritorna inevitabilmente la famiglia. Se davanti a ogni comportamento sbagliato la preoccupazione dell’adulto diventa soltanto quella di evitare al figlio una conseguenza, rischiamo di perdere un’occasione educativa. Difendere un figlio non significa negare ciò che ha fatto. Si può stare dalla sua parte anche chiedendogli di riconoscere un errore, di chiedere scusa, di riparare quando possibile, di comprendere il dolore provocato a un’altra persona. Forse è proprio questo il punto più difficile: riuscire ad amare un figlio senza trasformare quell’amore in un’assoluzione preventiva. Allo stesso modo, la scuola non può limitarsi a punire. Una sanzione che non viene compresa rischia di rimanere soltanto una punizione; una conseguenza spiegata, proporzionata e accompagnata dal dialogo può invece diventare un momento educativo. Famiglia e scuola dovrebbero ritrovarsi proprio qui: non nella ricerca di chi abbia vinto una discussione, ma nella costruzione di un adulto che ancora non esiste e che si sta formando davanti ai loro occhi. Forse, allora, la domanda con cui iniziare il nuovo anno scolastico non è soltanto che cosa insegneremo ai nostri ragazzi, ma quanto saremo capaci di lasciarli crescere. Perché esiste una differenza profonda tra accompagnare e sostituirsi, tra comprendere e giustificare, tra proteggere e impedire di assumersi una responsabilità. Gli adolescenti hanno bisogno di adulti che sappiano ascoltarli quando hanno ragione e restare accanto a loro anche quando hanno torto. Hanno bisogno di una scuola che non rinunci alla propria autorevolezza e di famiglie che non abbiano paura di pronunciare qualche volta una parola difficile: no. Soprattutto hanno bisogno di sapere che un errore non definisce per sempre chi sono. Si può sbagliare, comprendere, riparare e ricominciare. È forse questo il delicato confine sul quale li accompagniamo ogni giorno: abbastanza vicini perché sappiano di non essere soli, abbastanza lontani perché possano imparare, finalmente, a camminare con le proprie gambe.
L’immagine allegata è stata creata con l’Intelligenza Artificiale.
